QUEL MAGNIFICO TRIS: VALORIZZAZIONE, RESILIENZA, SOSTENIBILITA’

di Luigi Murolo

 

«Come valorizzare la nostra scogliera?» è la domanda che ha posto recentemente un amico. Io rispondo nell’unico modo che conosco: proteggendola. Evitando vie, viuzze, strade, stradine, chioschi, baracche ecc. Chi vuole cercare qualcosa si impegna a trovarla da sola. Al più possono essere ipotizzati piccoli sentieri sterrati (soprattutto «manutenuti)» percorribili a piedi (la qual cosa implica l’esclusione di ogni tipo di veicolo). Donne e uomini che camminano o animali. Nient’altro che la passeggiata riflessiva e curiosa. La lentezza contro la velocità. Cui va aggiunta una richiesta: la cancellazione dall’uso della parola “valorizzazione”.

Ch’io sappia questo termine designa il «conferimento di valore» a qualcosa. Vale a dire, capacità di produrre denaro; al contrario del bene naturale che vale di per sé. Che non è un mezzo per favorire la circolazione di un equivalente generale dello scambio cui il mondo è devoto. Non solo perché la presenza antropica è distruttiva e vede l’inciviltà dell’uomo-massa produrre pattume ineliminabile, devastazione, rottura con l’ambiente. Ma perché il denaro alimenta se stesso attraverso lo sfruttamento selvaggio di terra e mare. In nome del denaro e di ciò che viene chiamato «sviluppo», il denaro spezza il senso del paesaggio (da intendere per sé e non solo attraverso la categoria empirista della percezione). Grazie alla gioiosa pratica della «valorizzazione» sono state compiute le più grandi scelleratezze sul territorio.

Evviva “ombrina”. Evviva le trivellazioni. Evviva la pipeline del gas Azerbaigian-Puglia. Ora siamo tutti più ricchi e valorizzati. Certamente. Ricchi – anzi, sfondati – di povertà economica e morale! Meno male che oggi c’è la Zes che impegnerà 1702 ha. di verde abruzzese con 500 ha. di verde molisano. Troveremo tanta di quella ricchezza che l’area industriale di Punta Penna sarà molto ma molto più vuota di quanto lo è stata dal 1964 a oggi. Un successo straordinario della valorizzazione che vede tantissimi soldi nelle tasche di tutti, tutti, tutti. Nessuno escluso. Peccato, però, che abbiano la grazia dell’invisibilità!

E poi c’è il Parco della costa teatina, la cui gestazione ventennale (dal 1997) rende l’attesa più spasmodica (e qui devo chiedere venia perché la lentezza è stata davvero veloce). Avremmo intanto un fronte costiero di 50 km di pista ciclabile che vedrà uno stormo di eroici pedalatori percorrere un sentiero che farà impallidire il pellegrinaggio di Santiago di Compostela.

Qualche conto sulla perimetrazione dobbiamo pur farlo! Vediamo un po’ che cosa dovrebbe accadere nei dieci comuni con la ripartizione dei 10.528 ha totali previsti. Ortona, 2764,68 ha.; San Vito Chietino, 887,45 ha.; Rocca S. Giovanni, 1084,82 ha.; Fossacesia, 783,79 ha.; Torino di Sangro, 1694,32 ha.; Vasto, 1598,63 ha.; San Salvo, 106,86 ha.; e, solo marginalmente, Pollutri, 170,55 ha.; Villalfonsina, con 126,96 ha.. Con l’aggiunta dei 1702 ha. della Zes raggiungeremmo 12230 ha. Sicché, viene voglia di dire a se stessi: possono coesistere queste due modalità di approccio al territorio? È sufficiente ricorrere al concetto ecologico di resilienza per sostenere la capacità di un ecosistema di resistere a una perturbazione ambientale senza per questo alterare la propria la propria struttura di base. Il che vuol dire: un parco può essere tranquillamente resiliente nei confronti dell’industria se questa è sei volte inferiore al primo. E poi, non è vero che occorre parlare di sviluppo secondo quanto previsto dal Rapporto Brutland nella Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo del 1987? Vale a dire: «Lo sviluppo sostenibile, lungi dall’essere una definitiva condizione di armonia, è piuttosto processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali».

Già! Come dovremmo parlare di sviluppo sostenibile in un’area industriale come quella di Punta Penna di cui, a partire dal 1964, si favoleggiava una straordinaria valorizzazione? Ma come non c’è forse stato un arricchimento generale talmente potente di cui nessuno si è accorto? E la gigantesca forza industriale di cui è stata apportatrice? E i tanti posti di lavoro prodotti? Talmente tanti che mai nessuno è riuscito a contarli. Non ci sono dubbi. Guardando all’indietro possiamo dire: valeva la pena sacrificare alla valorizzazione un monumento naturale come lo “scoglio spaccato” fatto esplodere per dare posto al cemento. E la bonifica dei “Laghetti” di Vignola avvenuta negli anni Venti del Novecento per consentire la valorizzazione abitativa di un’area praticamente disabitata. Che bello! In luogo di “pandiere” di acqua salmastra troviamo oggi, in quella località, una costa finemente eutrofizzata. E poi, grazie al Parco – la cui gestazione risale al 1997 con una gravidanza che dura da ventuno anni (una lentezza così veloce da partorire immobilità) – una bicistrada consentirà la valorizzazione di ambienti che fino a oggi si sono autodifesi – c’est a dire, resilienti alla massa –. Fino al marzo 2005, la ferrovia aveva assolta la funzione di collegamento ordinato tra città costiere garantendo, tra l’altro la manutenzione del percorso dalle frane e dall’assalto di consumatori usa-e-getta. E al posto di garantire la visitabilità – ma non l’uso balneare – di Punta d’Erce, una nuova marina a spiaggia libera si è andata disegnando in finibus Sinelli.

Tutto è sostenibile. Anzi «sublime», se vale ciò che il preromantico Edmund Burke traduceva con «delightful horror»; in definitiva, «orrore che affascina». Una visita al Premio Vasto di quest’anno incentrato sul Paesaggio (su cui mi riprometto di tornare) restituisce a quel concetto il valore etimologico di ciò che «giunge fin sotto la soglia più alta». Al contrario, ci stiamo inoltrando verso ciò che «giunge fin sotto la soglia più bassa». Cioè, semplicemente l’orrendo in quanto tale. Insomma, tutto è sostenibile. Figuratevi, si riesce perfino a sostenere il potenziamento dell’Ospedale di Vasto nel momento in cui lo si smantella pezzo per pezzo. Così, anche l’ospedale di Vasto è resiliente. Resiliente come lo è un parco nei confronti dell’industria. Tutto è sostenibile e resiliente. Tutto. Salvo una cosa: le sciocchezze!

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