SULLA DIGA DI CHIAUCI

di Luigi Murolo

 

Non è una novità la storia infinita della cosiddetta “Diga di Chiauci”. Anche chi scrive, da Presidente della sezione vastese di “Italia Nostra” aveva espresso, nel 1985, la sua contrarietà alla realizzazione (qualcuno dirà: chi se ne frega). Certo, i motivi erano altri. Soprattutto la preventivata distruzione della piccola cascata di Chiauci. Ma si sa, i sostenitori dell’ambiente sono sempre contrari a tutto.  In particolare per quelle opere progettate per non avere mai una conclusione. Che dire? 32 anni a oggi non sono forse una bazzecola? In effetti, sarebbe dovuta occorrere solo una violenta siccità come l’attuale per  portare all’attenzione l’inutilità di una costruzione, al più buona per drenare denaro pubblico (una bella cosa, non è forse vero?).

Quale vantaggio ne hanno ricavato i comuni in cui ricade l’invaso (Chiauci, Pescolanciano, Civitanova del Sannio)? E le aree industriali e agricole del basso Trigno? Ah, già dimenticavo. Un risultato c’è stato! I comuni sono ormai quasi del tutto spopolati (provate a leggere i dati demografici pubblicati da Wikipedia) e con una diga che funziona solo se ci sono precipitazioni coincidenti con il consumo.

Ma diamine! Non è forse responsabilità degli ambientalisti se non piove? In tal modo, per completare il tutto con la classica ciliegina sulla torta, occorre reperire solo il famoso “tale” disposto a affermare: gli ambientalisti sono gufi!

E poi, alla domanda: siete almeno sicuri di completarla (parlo ovviamente della «cosa» che chiamano diga)? Perché, nel lontano 1985, non hanno risposto? Giusto! Non avevano tempo per simili inezie! Beh! Forse è stato meglio così e non ascoltare le “rassicurazioni” (oggi si chiamano così le panzane) fornite dal dr. Franco Amicone commissario del noto Consorzio di Bonifica sulla consistenza idrica dell’invaso (povero Angelo Bucciarelli che si era scalmanato a fare qualche calcolo preciso ricorrendo diabolicamente alle quattro operazioni aritmetiche. Anche lui, dal 9 luglio 2017, è stato ascritto alla brutta compagnia dei “gufi”!).

Così, una banale domanda retorica: ma vuoi vedere che il dr. Amicone continuerà a rimanere incollato sullo scranno da lui così magnificamente occupato? Direi proprio di sì. Ma una cosa deve essere chiara: solo per evitare che i pantaloni si strappino.

In ogni caso, vale la pena ascoltare la storia di questo prodigio che chiamano “diga di Chiauci”. A tal proposito torna molto utile seguire il racconto di Antonio Crispino pubblicato sul «Corriere TV» pubblicato (si noti bene la data!) l’11 aprile 2016:

 

 

 

La realizzazione della diga di Chiauci venne discussa per la prima volta nel 1922, ma oggi è ancora incompiuta

di Antonio Crispino

 

Corriere TV 11 aprile 2016

 

Nel 1922 si discusse per la prima volta della realizzazione di una diga a Chiauci, nel Molise. Tra i più convinti oppositori ci fu Antonio Cardarelli, illustre medico molisano e senatore del Regno. Ma non certo perché immaginava già all’epoca tempi biblici di realizzazione. Tra il dire e il fare, infatti, sono trascorsi 94 anni. Anzi, a essere precisi, al «fare» non siamo ancora arrivati. Perché la diga di Chiauci è ancora oggi un’incompiuta dalle proporzioni gigantesche. Ricade in ben tre comuni: Pescolanciano, Civitanova del Sanno e Chiauci, anche se su quest’ultimo grava l’80% della struttura: 70 metri di altezza, 141 di lunghezza per una portata di 15 milioni di metri cubi d’acqua. Oggi ne ha poco più di 4 milioni. Perché l’opera è incompleta.

Il primo progetto tecnico porta la data del settembre 1977. La Cassa per il Mezzogiorno finanziò l’avvio dei cantieri otto anni più tardi. Ma il dicembre dello stesso anno si fermarono i lavori. Cambiarono le norme sulle dighe e furono necessari adeguamenti. Ci vollero tre anni per riprogettare il tutto. Si riprese a scavare nel novembre 1990. Neanche il tempo di imbracciare gli arnesi e i lucchetti chiusero di nuovo i cancelli a causa di un contenzioso sull’impatto ambientale.

La struttura è stata ultimata nel 1997 ma per funzionare necessita di alcuni lavori di completamento. Con un decreto il Governo trasferisce 7,5 milioni di euro al Consorzio di bonifica per la cantierizzazione. Ma appena un anno dopo lo stesso Governo revoca il finanziamento e sposta quei soldi su altre opere pubbliche. Passano cinque anni e i 7,5 milioni di euro necessari per il completamento diventano 25. Li stanzia il CIPE (Comitato interministeriale per la Programmazione Economica). Sembra tutto risolto, si firma anche un protocollo d’intesa tra le regioni Abruzzo e Molise con il quale si disciplina la spartizione delle acque della diga per fini irrigui e industriali. Ma stavolta è la Corte dei Conti a bloccare tutto. Ricusa la delibera del Cipe perché «…non corredata dal parere dei competenti organi tecnici circa la eventuale attualità dei pareri già resi nel 1997 e 2000 nonché dall’esplicito riferimento al Protocollo d’Intesa intervenuto nel 2008 tra le Regioni Abruzzo e Molise circa la cantierabilità delle opere». In sostanza, secondo la Corte, ben 13 dei 25 milioni trasferiti dal CIPE sarebbero per opere che non è possibile avviare. Infatti vengono disposti approfondimenti tecnici.

Dopo un lungo periodo di stallo e alterne vicende burocratiche si decide comunque di inaugurare la diga il 4 aprile 2011 per festeggiare la conclusione della prima fase dei lavori. Inizia l’invaso ci circa 4 milioni e mezzo di metri cubi d’acqua , ossia un terzo della capienza massima, con la promessa di completare l’invaso entro maggio 2013. Che ovviamente resta solo una promessa.

Quasi provocatoriamente il sindaco di Chiauci, Domenico Di Pilla ha deciso di scrivere una lettera per festeggiare il trentennale dell’incompiuta. Il suo paesino contava cinquecento abitanti, tutti appesi alla speranza di sviluppo che la diga avrebbe portato. Oggi sono diventati 265. E continuano ad andare via. «Ci avevano promesso sviluppo agricolo, industriale, turistico in cambio dei terreni, delle foreste, delle case che abbiamo dovuto lasciare per fare spazio ai cantieri».

Secondo le stime ufficiali del ministero, ad oggi la diga è costata 124 milioni di euro. A cui si dovrebbero aggiungere ulteriori finanziamenti (circa 25 milioni di euro) per il completamento. Per Di Pilla il conto è molto più salato e sfiora i 200 milioni di euro. «L’integrazione dello schermo impermeabile è costato altri cinque milioni di euro, la difesa di sponda circa 3,5 milioni di euro, la casa di guardia altri 2 milioni di euro – elenca Olindo Sciarra, consigliere comunale e memoria storica della città -. E poi ci sono una serie di opere accessorie che sono state realizzate attorno alla diga in previsione dello sviluppo turistico».

Ci porta a vedere un «Baby park» realizzato dalla Provincia di Isernia per circa un milione di euro. C’è un parco giochi, un anfiteatro, campi di calcio, basket e perfino un eliporto. Tutto abbandonato. Perché lo scenario doveva essere quello di un lago artificiale. Mentre tutto attorno è solo desolazione. La stessa strada che facciamo per raggiungere il parco è uno sterrato pieno di voragini. «Rientra nelle cosiddette ‘opere compensative’ che ci erano state promesse. Ancora oggi, se qualcuno vuole passare da una sponda all’altra della diga è costretto a percorrere questo viottolo».

Di tutto l’indotto turistico sbandierato alla posa della prima pietra qui non c’è traccia. Anzi, quel poco di turismo che c’era è sparito. «Avevamo una bella cascata alta sessanta metri che d’estate attirava molte famiglie – ricorda il primo cittadino Di Tilla -. Lo sbarramento del fiume Trigno ha determinato la scomparsa della cascata, sostituita da una conca artificiale quasi sempre senz’acqua». E senz’acqua è anche il nuovissimo impianto costruito per irrigare la piana di San Salvo e Montenero di Bisaccia. Finché la diga resterà un’incompiuta, le condotte saranno a secco. Poco distante c’è un cavalcavia che sovrasta un altro ponte in pietra: «Questo più in alto fu costruito perché l’acqua dovrebbe salire fino a sommergere il vecchio ponte di pietra. Allo stato dei fatti uno dei due è inutile».

A Roma c’è la Direzione generale per le dighe e le infrastrutture idriche ed elettriche. Abbiamo cercato chiarimenti ma non ci hanno ricevuto. Le email inviate, ignorate. Sul sito internet del Consorzio di Bonifica Sud-Vasto si legge solo che «i lavori per la diga sono iniziati nel 1985 e sono stati ultimati nel 1997». Nemmeno un cenno alle opere che impediscono il funzionamento a pieno regime dell’impianto, tra cui un lago a Pescolanciano, una strada circumlacuale, la messa in sicurezza delle infrastrutture di valle e la sistemazione di un ammasso roccioso che ha mostrato i primi cedimenti

UNA PRECISAZIONE

 

di Luigi Murolo

 

 

 

In data giovedì 24 agosto 2017 il blog «Noi Vastesi» ha pubblicato il seguente articolo che qui ripropongo integralmente:

 

 

 

Scavo “anonimo” di Piazza Rossetti:

 

anfiteatro, ninfeo di epoca romana o la fontana della foto?

 

di GIUSEPPE CATANIA

 

Su Primo Piano (11.11.2014) è apparso un articolo dal titolo: “Delimitato e coperto con un vetro, continua, però, ad essere privo di una qualsiasi indicazione -L’Anfiteatro romano di Piazza Rossetti: lo scavo anonimo.”

 

Inoltre veniva rilevato che nonostante il “cinguettio del Comune di Vasto su Twitter, con tanto di suggestivo fotomontaggio per rendere l’idea della struttura della piazza rispetto al sottostante anfiteatro, il riferimento è anche ad uno scavo presente nei pressi della torre di Bassano, emerso nell’ambito dei passati lavori di ripavimentazione dell’anello esterno della piazza Rossetti, proprio al centro della città”.

 

Su “NoiVastesi” il 3 gennaio 2015 abbiamo precisato che si tratta di un “Ninfeo”, cioè una fontana alimentata dall’antico acquedotto romano delle Luci, la cui denominazione fa riferimento alla divinità femminile “Ninfa” protettrice  delle acque, che i romano veneravano per rispetto della natura.

 

Davide Aquilano interveniva con commento a detto articolo, facendo riferimento alla conferenza promossa da Italia Nostra il 29 maggio 2014, tenuta dal prof. Luigi Murolo. Ma  alla conferenza con il  prof. Murolo, alla quale abbiamo partecipato, non si è parlato di “NINFEO”, ma semplicemente di fontane alimentate dall’antico acquedotto delle “Luci”.

 

Il “ninfeo” da noi esclusivamente ricordato e come oggi si presenta,è scavato in profondità rispetto alla base della torre di Bassano, mentre il riferimento alla “fontana” alimentata dall’acquedotto delle Luci (ora scomparsa) era situata sull’attuale piano strada. 

 

Tanto per la precisione, a scanso di equivoci.

 

 

Non devo aggiungere nulla, se non due osservazioni:

1.In un intervento dal titolo La via degli antichi Anfiteatri. Un ponte culturale tra Vasto, Larino, Venafro pubblicato su «I fatti del Nuovo Molise» (quotidiano diretto da Pino Cavuoti) in data 29 luglio 2012 ho espresso il seguente punto di vista:

[…] piazza Rossetti dimostra il continuo reimpiego della complessa architettura romana fino alla sua dissoluzione. Dapprima anfiteatro, poi verlasce (guarlasi) e infine segmento della cinta muraria urbica. L’attuale rinvenimento – quasi in superficie – di un organismo absidato in opus latericium (il cui recente scavo, per la verità, condotto in modo piuttosto frettoloso non chiarisce se si tratta di una chiesa paleocristiana o di un ninfeo – certamente non parte dell’anfiteatro) suggerisce un intervento destrutturante sulla cavea già in epoca tardoantica.

 

2.Della conversazione da me tenuta il 29 maggio 2014 dal titolo Vasto, storia di una piazza. A 90 anni dal progetto per l’antico largo del Castello esiste un unico resoconto pubblicato dal cav.  Giuseppe Catania («Noi vastesi», 6 giugno 2014). L’articolista ha avuto la bontà di scrivere che «[…] Murolo ha anche fatto riferimento ai numerosi acquedotti, tra cui quello delle “Luci” che alimentavano le numerose fontane e i “ninfei”[…]».

 

«Tanto per la precisione, a scanso di equivoci».

 

 

 

PER UN MUSEO FERROVIARIO A LANCIANO. LETTERA A GIACOMO DE CRECCHIO

di Luigi Murolo

 

 

In un dibattito avviato su Facebook dall’amico Giacomo De Crecchio di Lanciato, ho partecipato con il seguente intervento.

 

 

 

Caro Giacomo,

 

sai che su un totale di ca. 2700 delle vecchie stazioni FS ben 1413 sono in discreto stato di conservazione? Il dato è del 2014. Non solo. Sai che, sempre dalla stessa data, un progetto ad hoc prevede l’affidamento delle  strutture disponibili alla gestione in comodato d’uso gratuito, e talvolta in locazione, di enti locali e associazioni non profit, chiedendo loro in cambio l’impegno a mantenere lo stabile pulito e funzionante? Non sono informato. Ma la Sangritana, prima di essere “Tua”, ha proceduto in una direzione di questo tipo? Se non l’ha fatto, quello stesso prgetto potrebbe essere proposto ai vertici regionali per procedere al recupero e al riuso di questi beni culturali (che devo dire. Farebbe specie vedere la “velocità” dello Stato in anticipo sulla “immobile velocità” della Regione!).

Ma aggiungo una considerazione. Tre anni prima, il 28 luglio 2011, l’Associazione Dopolavoro Ferroviario di Pescara, insieme con l’amministrazione comunale della stessa città, presentano l’avvenuto restauro di una locomotiva a vapore gruppo 740 351 (costruita tra il 1919 e il 1913). Un pezzo di un secolo fa. (figg. 1, 2, 3,) La domanda che ti pongo è la seguente: quanti, a Pescara, si saranno accorti della sua esposizione nel piazzale della vecchia stazione, oggi destinato a parcheggio? Vedi, caro amico, una rondine non fa primavera. Paradossalmente può anche accadere che la massiccia presenza di un oggetto così ingombrante possa diventare invisibile. Io non so se la Sangritana disponga di un deposito di locomotori o di vagoni (mi auguro, ad esempio, che non sia finito in fonderia il vecchio vagone abbandonato nella splendida stazioncina di Castel Frentano, oggi scomparso). Se così fosse, la vecchia stazione Sangritana di Lanciano potrebbe diventare un importante museo delle ferrovie (sarebbe straordinario trovare un locotender Mallet costruito dalla Borsig con cui inizia la storia della Sangritana) (fig. 4).

 

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Pescara, Vecchia stazione: Locomotiva a vapore mod. 740 351 (1919-1923)

 

 

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Pescara, Vecchia stazione: Colonna idraulica (1935)

 

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Scheda tecnica della locomotiva

 

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Locotender Mallet, la prima locomotiva utilizzata dalla Sangritana

Ma c’è di più. Potreste rivolgervi a Pietrarsa (Napoli), dove nel 1989, le FF.SS hanno allestito uno dei più significativi Musei ferroviari d’Europa che si sviluppa su un’area di 36 mila metri quadrati di cui 14 mila coperti e dove all’esterno troneggia la grande statua in ghisa di Ferdinando II (quattro metri di altezza ca.), re delle due Sicilie. Devi sapere che quella statua era stata fusa nello stesso opificio di Pietrarsa nel 1852. E la ragione è semplice. A quella data nessuno, aveva dimenticato che nell’editto del 22 maggio 1843 il sovrano aveva dichiarato:

«È volere di Sua maestà che lo stabilimento di Pietrarsa si occupi della costruzione delle locomotive, nonché delle riparazioni e dei bisogni per le locomotive stesse degli accessori dei carri e dei wagons che percorreranno la nuova strada ferrata Napoli-Capua».

 

Ho detto che potreste rivolgervi lì perché potrebbero esistere dei pezzi inutilizzati ( e aggiungo: da quel che so – ma le mie dichiarazioni vanno prese con il beneficio di inventario – la locomotiva di Pescara era conservata nella città stessa). Una ricognizione sui vecchi depositi potrebbe riservare qualche sorpresa.

Difficile? Si può sempre provare: non costa niente (se non qualche viaggio o qualche scomodo). Ma la domanda è: a chi frega una simile ipotesi? Tu, caro Giacomo, hai raccontato una storia. E non credo che oggi la risposta sia diversa. Ma una cosa deve essere chiara: ognuno deve dire a se stesso: ci ho provato. Solo per avere la coscienza tranquilla. Poi … lasciamo perdere.

 

Un caro saluto

 

AGNONE 2017: PRODOTTO TOPICO E CONSIDERAZIONI SULL’ALIMENTAZIONE DEGLI ANTICHI ITALICI

di Luigi Murolo

 

 

17 agosto 2017. Nuova finale regionale del Prodotto Topico a Agnone. Un’occasione in più per avviare una riflessione sulla storia dell’alimentazione in periodi arcaici nella manifestazione che vede due nuove adesioni: Capracotta e Schiavi d’Abruzzo. In effetti, proprio in ragione di queste due presenze – nei cui territori comunali sono emerse testimonianze fondamentali per la conoscenza del regime alimentare in epoca tardo-sannitica (tra II e I sec. a.C.) – diventa utile fissare alcuni punti fermi per comprenderne le diverse fasi storiche.

Che dire! Siamo abituati a proiettare nel passato le stesse modalità che troviamo nel presente. Leggiamo con le stesse lenti deformanti due momenti che non hanno in comune alcuna relazione. Dobbiamo pertanto cambiare atteggiamento e rimuovere tutte le sovrapposizioni per consentire un approccio filologicamente corretto delle temporalità.

Da questo punto di vista non si può non sottacere come risulti largamente diffusa l’idea che nell’antichità le aree montuose a cavallo di Abruzzo e Molise fossero caratterizzate dall’alimentazione ovina. L’ossessiva attenzione per il tratturo e per la transumanza – buoni a spiegare tutto e il contrario di tutto – pare aver dimenticato di connettere le testimonianze archeologiche – sia esse epigrafiche, sia faunistiche – alla materialità della dieta italica in quest’area. Una rilettura ad hoc della cosiddetta Tabula Agnonensis – cm 28 x 16,5 – (rinvenuta però a Capracotta in località Fonte del Romito), conservata al British Museum (figg. 1 e 2) e dei resti faunistici di Schiavi d’Abruzzo consente di trarre indicazioni che sembrano sfatare luoghi comuni.

 

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Tavola di Agnone: lato A

 

 

 

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Tavola di Agnone: lato B

 

 

Va sempre precisato che stiamo parlando di testimonianze cultuali specifiche e, di conseguenza, non generalizzabili. Malgrado tutte le cautele inferenziali (da cui non possiamo in nessun modo trarre conclusioni frettolose e trancianti), il quadro che emerge non sembra coincidere con quanto ricordato dal più tardo rescritto imperiale (età di Marco Aurelio, tra il 169 e il 172 d.C.) De grege oviarico transeundo in cui i prefetti del pretorio Basseo Rufo e Macrinio Vindice dichiarano, tra l’altro: «[…] admonemus / ut abstineatis iniuris faciendis conductoribus gregum oviarico / rum cum magna fisci iniuria, ne necesse sit [et] cognosci de hoc / et in factum, si ita res fuerit, [ut oportet] vindicari» (cito dall’edizione Laffi del CIL IX 2438). Vale a dire: «vi ammoniamo di astenervi dal fare violenza agli appaltatori delle greggi di pecore, atto che porta un grave nocumento alla cassa imperiale, altrimenti sarà inevitabile avviare un’inchiesta e intervenire, se del caso, con gli opportuni provvedimenti». Come si vede, in tardo II sec. d.C., la via pastorale in questione (coincidente con il posteriore tratturo aragonese Pescasseroli-Candela) risulta fortemente strutturata e capace di rispondere legalmente alle fraudolenze provocate dalle magistrature locali. Essa non ha nulla da dividere con la più arcaica pastoralità sannitica. Anzi, se leggiamo la cultualità celebrata nella lastra opistografa bronzea di Agnone-Capracotta troviamo riferimenti solo a divinità naturali protettrici di piante. Pertinenti, cioè, a un’alimentazione di tipo cererio-vegetale. Da questo punto di vista, l’elenco del pantheon in questione risulta così definito:

 

Diumpaís, infe delle sorgenti Líganakdíkeí Entraí, divinità della vegetazione e dei frutti

Anafrís, ninfe delle piogge

Maatúís, divinità della perfetta maturazione del grano

Diúvei Regatureí, Giove apportatore di pioggia

Patanaí Piístíaí, divinità della vinificazione

Fluusai, divinità protettrice dei germogli di grano

Pernaí, forse identificabile con Pales, divinità protettrice dei pascoli di altura

 

Salvo l’attestazione di Pernaí (forse riconducibile alla romana Pales), che potrebbe avere relazioni con una pastoralità stanziale, non stagionalmente migratoria (tanto ovina quanto bovina, più centrata su quest’ultima se pensiamo al víteliú della guerra sociale effigiato in alcune metope in terracotta di un frontone rinvenute a Schiavi d’Abruzzo). Stando così le cose, certamente il bue e non il capri-ovino risulterebbe avere importanza nel mondo italico (anche nel regime alimentare).

Ma ciò che rompe totalmente con questo tipo di “paesaggio” è la fauna rinvenuta nell’area dei Santuari italici di Schiavi d’Abruzzo. Nei fatti, si incontrano quindici frammenti mandibolati o di denti mandibolati che occupano una vetrina espositiva dell’omonimo museo archeologico allocato nel piccolo centro del Vastese (fig. 3).

 

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Schiavi d’Abruzzo, Museo Archeologico: resti mandibolati di suino selvatico

 

Il rapporto tra soggetti selvatici e domesticati risulta a favore dei primi: undici capi di sus scrofa ferus (cinghiale) e quattro di sus scrofa (un verro e tre scrofe di maiale domestico). Il rito sacrificale non è mai casuale; anzi, rigorosamente ordinato. Ciò implica che prevalente è la carne suina proveniente dalla caccia e non dall’allevamento. Quasi non bastasse, sempre sul versante alimentare, i resti di Schiavi sottolineano che il pasto sacro consumato nel tempio concerneva porzioni non particolarmente pregiate dell’animale (mandibole). Data l’assenza di altre parti del corpo, vuol dire che queste dovevano essere consumate dai partecipanti al rito fuori dall’area del tempio.

Nella sua De agri cultura (scritta intorno al 169 a.C.), al cap. 134, Catone il Censore ricorda che il sacrificio di una scrofa (nel nostro caso di cinghiale femmina) era previsto per i rituali dedicati a Cerere. Stando a questa fonte letteraria latina coeva alle testimonianze di Agnone-Capracotta e Schiavi d’Abruzzo diventa chiaro il rapporto di interdipendenza culturale tra i due siti: entrambi legati al culto cererio. L’unica differenza tra la pratica romana e quella sannitica sembrerebbe stare nell’uso dei suini: domestici per la prima, selvatici per la seconda. A partire da ciò, lo stesso mondo della selva risulta sussunto all’agricoltura. In questa prospettiva, vale la pena soffermarsi su quel passo della Praefatio al suo opus magnum, Catone sottolinea il primato dell’agricoltura (cito dall’ediz. a c. di G.M. Berengo, Venezia, Antonelli, 1846):

 

«Virum bonum quom laudabant, ita laudabant: bonum agricolam bonumque colonum; amplissime laudari existimabatur qui ita laudabatur. Mercatorem autem strenuum studiosumque rei quaerendae existimo, verum, ut supra dixi, periculosum et calamitosum. At ex agricolis et viri fortissimi et milites strenuissimi gignuntur, maximeque pius quaestus stabilissimusque consequitur minimeque invidiosus, minimeque male cogitantes sunt qui in eo studio occupati sunt».  («E l’uomo che [i nostri antenati] lodavano, lo chiamavano buon agricoltore e buon colono; e chi così veniva lodato stimava di aver ottenuto una lode grandissima. Ora, reputo sì coraggioso e solerte nel guadagnare chi si dedica alla mercatura, ma, come dicevo sopra, soggetto a pericoli e sciagure. Dagli agricoltori, invece, nascono uomini fortissimi e soldati valorosissimi, e il loro guadagno è giusto e al riparo da ogni insicurezza, nulla ha di odioso; e coloro che si dedicano all’agricoltura non sono tratti a cattivi pensieri»).

 

Ecco allora il punto. L’etica catoniana del contadino trova il pendant nell’agricoltore sannitico che inscrive nel proprio orizzonte lo stesso universo della selva. Grano, vino, cinghiale (in minor misura, maiale domestico, bovini) costituiscono i temi portanti dell’alimentazione (assenti nelle due aree prese in esame resti di capri-ovini). Una storia, dunque, che, sugli italici, apre a indagini ancora tutte da sviluppare e approfondire.

Il prodotto topico di Agnone 2017 vede l’incontro delle comunità che, in antico, hanno prodotto il mondo qui rapidamente descritto. Chissà! I ludi Florales della Tabula Agnonensis che si celebravano az húrtúm («presso il recinto») forse vorranno dire ancora qualcosa. C’è da augurarsi che proprio il prodotto topico sappia raccogliere i remoti echi di quella voce lontana.

MARIA AMATO, CARTIER-BRESSON, LA FOTOGRAFIA E LE RADIOGRAFIE

 

di Luigi Murolo

 

 

 

In un intervento sul blog di due giorni fa, la sig.ra Maria Amato ricorda la scomparsa di Henry Cartier-Bresson avvenuta tredici anni fa, il 3 agosto 2004. Proprio in quello stesso giorno (per mio esclusivo piacere) stavo a Scanno, per percorrere la cosiddetta Strada dei fotografi che, tra i grandi protagonisti, aveva visto l’ «occhio del secolo» percorrerla dall’alto verso il basso.  Una via, tra l’altro, che ricollega alla storia dell’immagine con straordinari fotografi come Hilde Lotz-Bauer, Mario Giacomelli, Renzo Tortelli, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Mario Cresci – tanto per fare qualche nome – che l’hanno attraversata allo stesso modo. Al punto che, en passant, torna utile ricordare come la stessa immagine del  bambino di Scanno (Scanno Boy) di Mario Giacomelli (1957) risulti conservata al Museum of Modern Art di New York.

 

Tre foto di Cartier-Bresson  su Scanno

 

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ITALY. Rome. 1952.

La foto di Mario Giacomelli

 

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Mario Giacomelli, il bambino di Scanno

 

Che cosa posso dire! Proprio uno strano paese l’Abruzzo! Un paese dove si scambia ancora la fotografia con la cartolina (ne ho viste tante di mostre dove si assiste sgomenti all’intercambiabilità delle due tecniche). Eppure, sarebbe sufficiente leggere qualche pensiero di Cartier-Bresson per capire che «Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale». Oppure «Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. È mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore». O, ancor meglio, soffermarsi su quel punto in cui il kantismo di Cartier-Bresson, la sua forma dell’intuizione sensibile, riesce a esprimersi  in quella proposizione che recita: «Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione».

 

Mi chiedo: è possibile che una parlamentare riesca a pensare a un artista come Cartier-Bresson In un parlamento che vede all’opera guastatori agguerriti per distruggere la lingua italiana, armati di potenti bombe cariche di crassa ignoranza. Ma davvero stiamo scherzando? Direi che l’on. Amato è un’isola. Un’isola che osserva la decadenza di un mondo ormai al lumicino. Quello stesso mondo che lo scrittore Ferdinando Petruccelli della Gattina, nel 1861, in una raccolta di articoli sul parlamento della Torino capitale d’Italia aveva straordinariamente titolato I moribondi di Palazzo Carignano.

Povera Maria! Medico in un ambiente che non riuscirà mai a curare perché la malattia è diventata ormai irreversibile. Ricordare che, durante la sua formazione specialistica in radiografia, aveva incontrato una citazione del grande fotografo francese secondo cui le radiografie devono essere prima di ogni altra cosa belle immagini. Potranno mai riuscire belle immagini del parlamento italiano? No, Maria! Non fare radiografie di un luogo infetto! Pensa solo a Henry e alla bellezza senza tempo delle istantanee di strada!

PER UNA CULTIVAR AUTOCTONA DI UVA VASTESE: LA «SAN FRANCESCO»

di Luigi Murolo

 

 

 

0. Operare nel contesto del prodotto topico si tratta, laddove possibile, di fare i conti con la storia delle biodiversità alimentari per tentare il recupero delle specie in estinzione. La cosiddetta Uva del Vasto costituisce l’argomento del presente intervento. Grazie alle celeberrime illustrazioni di Giorgio Gallesio per la Pomona Italiana ossia Trattato degli alberi fruttiferi (Pisa 1817-1839) [fig. 1] oppure alla ceroplastica in alabastro di Francesco Garnier Valletti che ho fotografato nei musei degli Istituti agrari di Firenze e di Todi [fig. 2] è possibile avere memoria iconografica di alcune specie oggi scomparse.

 

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Fig. 1: Giorgio Gallesio, Pomona Italiana (1817-1839), ill. di vitigno Barbera

 

 

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Fig. 2: Firenze, Istituto agrario. Museo della frutta. Pomario in ceroplastica di Francesco Garnier Valletti

 

Ma se è vero che attraverso il modellismo pomologico la produzione artistica ha salvato in copia (divenuta originale) l’autentico perduto oggi occorre ricorrere all’Unesco perché il patrimonio culturale immateriale possa trovare la necessaria conservazione. Per la prima volta, nel 2017, un pezzo d’Abruzzo è diventato patrimonio culturale dell’umanità: sto parlando dei cinque nuclei di antiche faggete ricadenti in un’area di 937 ha. comprese tra i comuni di Lecce nei Marsi (Moricento), Opi (ValFondillo-Valle Iancino), Pescasseroli (Coppo del Principe, Coppo del Morto), Villavallelonga (Valle Cervara). Sono diventati patrimonio mondiale nel contesto delle Faggete primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d’Europa. E se è vero che non tutto è riconducibile al capitale humanis generi (che non è il titolo di un’enciclica), a quello di una comunità, sì! In tal senso, se grazie a Slow Food è stata garantita la tutela dei pomodori mezzitempi di Vasto, anche la sua uva autoctona, la san Francesco, esige la medesima forza di presidio. Un’ associazione come Italia Nostra del Vastese può certamente svolgere un’azione propositiva. Le pagine che seguono vogliono assolvere a tale funzione.

 

1. L’anno è il 1839. In una memoria per gli «Atti dell’Accademia Gioenia di Scienze Naturali di Catania» (tip. Di Riggio, 1839), l’abate Giovacchino Geremia pubblica una memoria dal lungo titolo: Continuazione del Vertunno etneo ovvero staifulegrafia storia della varietà delle varietà delle uve che trovansi nel d’intorno dell’Etna. A essa fa seguire un’Appendice al Vertunno etneo. Confronto tra le uve etnee e quelle di Napoli con talune dal Gallesio descritte in cui afferma: «Uva del Vasto di eccellente qualità, somiglia alla Imperiale bianca» (p. 66). Si tratta (per quanto ne sappia) della prima attestazione di questa cultivar con tale nome. Quasi non bastasse, per lo stesso prelato, il vitigno in questione diventa riferimento di un altro: «[Uva] Marocca quasi somigliante a quella del Vasto, ma più rotonda e con acino pingue, a differenza della prima che ha bacche assai grosse» (p. 68)

Cinque anni più tardi – nel 1844 –, il botanico napoletano Guglielmo Gasparrini propone la seguente descrizione ampelografica per l’Uva del Vasto da tavola (coltivata, ovviamente, a Napoli): «grappoli grandi, acini grossi, duracini, carnosi, bianchi. Comincia a maturare nella fine di Agosto e si mantiene per l’inverno. Si coltiva in parecchi giardini» (in Su le viti e le vigne del Distretto di Napoli, in «Annali Civili del Regno», fasc. LXIX, maggio/giugno 1844, p. 2). Considera, tra l’altro, questa cultivar con altre facenti parte di un contesto di qualità: «Uva del Vasto, Sanginella nera e bianca, Inzolia, Catalanesca, Uva rosa, Uva pruna, Falanchina, Marrocca, Zuccherina, Cannamele, Persana, Salamanna, Moscadella, Barletta» (in Ibid., p. 4). Quasi non bastasse, Guglielmo Gasparrini, l’anno successivo, torna sullo stesso tema in un altro scritto con queste parole: «Le migliori uve mangerecce per la loro qualità sono la moscadella, una varietà della Salamanna domandata volgarmente moscadellona, la sanginella che ci pare non si trovi in altre parti d’Italia, la pignola detta glianica dai Napoletani; seguitano la corniola, la catalanesca, la groia, quella detta del Vasto, ed altre» (in Breve ragguaglio dell’agricoltura e pastorizia del Regno di Napoli di qua dal Faro, Napoli, Tip. Del Filialtre Sebezia, 1845, pp. 29-30).

Ora, come già detto, per rendere più sicura l’identificazione della cultivar in Sicilia (forse perché rara nell’Isola), l’abate Giovacchino Geremia parla di una somiglianza dell’Uva del Vasto con l’Imperiale bianca. Ma per sapere che cosa fosse quest’ultima, dobbiamo ricorrere a un trattato agronomico siciliano del Seicento che scioglie definitivamente il problema. Sto parlando dell’ Hortus catholicus di Francesco Cuppari pubblicato a Napoli (Neapoli, ap. Franciscum Benzi, 1696. Aggiungo che la copia consultata proviene dalla Biblioteca di Baviera). L’autore ordina alfabeticamente la materia. E solo quando discute dei singoli vitigni precisa con stile ampelografico: «Vitis mediocribus vinaceis, durulis, oblongis, candido fulvis, sapidis. Vulgo Inzolia vranca. Eadem racemo et granis majoribus, flavescentibus, sapidioribus. Vulgo Inzolia Impiriali ò di Napuli. Eadem maiori, nigro fructu, suaui in ore, ac liquabili. Vulgo Inzolia nigra» (in Ibid. p. 232). Il che vuol dire: «Vite con mediocri vinacce, piuttosto dure, rosso bianche, sapide. Dal volgo chiamata Inzolia vranca [bianca]. Dallo stesso racemo [si trova] ma con acini più grandi, biondo rossastri e più sapidi [ciò che è chiamata] dal volgo Inzolia Imperiale o di Napoli. E da un racemo più grande, con acini neri, soave e liquabile in bocca [ciò che è chiamata] dal volgo Inzolia nera». Grazie alla mediazione ampelografica degli antichi botanici siciliani, sappiamo che l’Uva del Vasto risulta simile alla cultivar dell’Inzolia . Essendo, pertanto, una varietà dell’Inzolia, l’Uva del Vasto dovrebbe essere classificata come Ansonica (nome ufficiale delle Inzolie) nel Catalogo nazionale delle varietà ad uve da vino [fig. 3].

 

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Fig. 3: uva Inzolia

 

Ma se fino a questo momento l’interesse è stato centrato sulla cultivar, occorre adesso parlare della sua topicità, del suo luogo di origine. In effetti, non credo che gli agronomi ottocenteschi si riferissero a Vasto, la città che, in quel tempo, il vulgo chiamava Lu Huàštǝ Mammónǝ. In realtà, per i napoletani e per gli stessi siciliani, Il Vasto era un quartiere metropolitano della città partenopea (abitato dagli Avalos). Ciò lo si comprende dal fatto che gli scritti del Gasparrini parlano delle uve coltivate nel distretto di Napoli, non nel Regno. L’unica testimonianza che connette l’Uva del Vasto con l’omonima città è dovuta a Luigi Marchesani che identifica quella cultivar con l’altra in loco chiamata Uva San Francesco. Nei fatti, è lo stesso medico-umanista a precisare: «[…] è la nostra trapiantata ne’ dintorni di Napoli, che fornisce alla Capitale la dolcissima grossa e bianca uva di S. Francesco, venduta quivi col nome di uva del Vasto» (Storia di Vasto città in Apruzzo Citeriore, Napoli, Torchi dell’Osservatore medico, 1838/41, p. 161). La topicità del vitigno è basata solo su questo passo (di per sé rilevante). A ben vedere, lo stesso memorialista vastese Nicola Alfonso Viti (1600-1649) nulla dice sulla denominazione della cultivar. Va osservato però che, quando lo storico seicentesco scrive, segnala un vitigno solo da poco introdotto che produce un’uva particolare (grappoli e acini). Così facendo, non solo consente di fissare nel corso del Cinquecento un’importante attestazione della pianta nella città (la più antica si rileva in un protocollo di notar Robio del 3 dicembre 1547) oltre che di indicare tanto la località di origine quanto lo stesso nome del produttore: «Tra le sorte d’Uve se ne vede una, che fa grappoli maravigliosi crescendo l’acino alla forma d’un ovo di colomba nella Vigna di Stefano del Monte hoggi posseduta dagl’Eredi di Gio: Battista Ricci nella contrada di Santo Biagio» (Memoria dell’Antichità del Vasto, in L. Marchesani, Esposizione degli oggetti raccolti nel Gabinetto archeologico comunale del Vasto, Chieti, Tip. Vella, 1857, fasc. III, p. 29). Aggiungo. Il riferimento più datato nel tempo su di un del Monte vastese – Augustino, marito di Vicenzina de Thomaso e padre di Io.Cola – l’ho rinvenuto sul Liber baptizatorum Ecclesiae Sanctae Mariae Maioris 1565-1598 al dì 10 maggio 1573 (c. 33a).

Ora, stando a quanto scrive Giovanni Dalmasso (con Marescalchi) nella sua monumentale (in tre volumi) Storia della vite e del vino in Italia, Milano, Unione Italiana Vini, 1931, 1933, 1937), la già citata Inzolia imperiale ha la sua corrispettiva in Abruzzo con la cosiddetta Ortonese (in dialetto pruvulónǝ, pergolone). Infatti, l’abate Geremia parlava di somiglianza, non di identità tra uva del Vasto e Inzolia imperiale. Ciò vuol dire che per la san Francesco si parla di varietà autoctona rispetto a una famiglia. Da questo punto di vista non è nemmeno possibile ipotizzare relazioni tra il prodotto vastese con i vitigni attestati negli Statuti di Lanciano del 1592*. Il capitolo 87 del documento, pur proponendo la nomenclatura di ben cinque qualità commerciate nel sec. XVI, non consente di individuare rapporti con eventuali Inzolie dell’epoca: «Item è posto et ordinato che non sia persona alcuna tanto cittadina quanto forastiera, tanto di Feria tanto d’altro tempo, ardisca né presuma vendere altra sorte d’uva che di Moscatello pergolo uva Pane uva Donnola Precoccio et Malvasia senza licentia del Sindico, il quale sia tenuta darla gratis et che riconosca la qualità delle persone, acciò sappia d’onde l’hanno havuta sotto pena, sotto pena di un carlino per chi contrafara» [fig. 4].

 

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Fig. 4: Statuti comunali di Lanciano. Cap. 87: “Dell’uva”

 

Dico subito che non entro nel merito di questi vitigni su cui tornerò in altra occasione. Ciò che, al contrario, interessa è l’annotazione per cui, tra i tanti vitigni esistenti, la città di Lanciano ne ammette solo cinque, (Moscatello Pergolo, Uva Pane, Uva donnola, Precoccio, Malvasia), escludendo gli altri. Ecco allora l’aspetto rilevante. Lo statuto in questione lega alla sola commercializzazione del prodotto l’indicazione filogenetica del vitigno. Sappiamo, inoltre, che, sulla base del Libro degli affitti (1747) della Camera Baronale di Castiglione alla Pescara (oggi a Casauria) si pagava l’affitto «per il Moscatello alle Coste di San Felice»; non sappiamo, però, se si tratta della stessa specie di quella menzionata a Lanciano. In buona sostanza, nell’un caso o nell’altro, va sempre ricordato che il moscatello, insieme con le altre cultivar menzionate in questo intervento, aprono a un tentativo di restituzione storica della biodiversità agricolo-commerciale della vite in Abruzzo.

Le cultivar di cui stiamo parlando sono state vinificate in passato. Anzi, sulla base dei protocolli del notaio vastese del Cinquecento Gio.Battista Robio stipulati tra contraenti del traffico interadriatico Vasto-costa Dalmata ho potuto  ricostruire una breve classificazione valutativa sul gusto, circa l’antico vino commercializzato: «3 dicembre 1547, 6a ind. vino bono chiaro del vasto alla mesura juxta de dicta terra bruschi e non dolci bono et merchatantesco; 19 marzo 1548, 6a ind. / vini boni et clari; 5 aprile 1548, vini boni meri clarique ac boni coloris et melioris saporis; 21 luglio 1548, vini boni clari boni coloris meliorisque saporis; 12 Januarij 1551, vini boni clari et boni coloris ac saporis; 9 martij 1551 vini boni  clari bonique coloris et saporis; Die 9 mensis mai 1551 vini boni clari. Ciò vuol dire che, rispetto a questi atti, il sommelier contemporaneo si troverà di fronte ai seguenti indicatori: (dal più complesso al più semplice) 1. vino bono chiaro del vasto alla mesura juxta de dicta terra bruschi e non dolci bono et merchatantesco; 2. vini boni meri clarique ac boni coloris et melioris saporis; 3. vini boni clari bonique coloris et saporis; 4. boni clari (per brusco – come profilato al punto 1 – si intende acidulo, aspro di sapore).

Occorre rilevare, tra l’altro, che la Carta dei Suoli della Regione Abruzzo scala 1:250000 (2006) individua, dal punto di vista pedologico, l’area di contrada San Biagio (originaria dell’uva del Vasto) come «superfici terrazzate sommitali ampie, reincise. Substrati costituiti da sedimenti ghiaioso-sabbiosi». Ciò implica che, sul piano agricolo, quei suoli costituiscono l’83% del totale, con il 54% destinato all’arborato (uliveti e vigne). Le stesse aree con le cultivar superstiti della San Francesco (dagli ultimi ortolani che la conoscono chiamata la francese) segnalatemi dall’amico produttore viti-vinicolo Domenico La Palombara sono localizzate alla Canale (molto importanti risulterebbero altre identificazioni), i cui terreni rispondono alla stessa classe pedologica. Le foto inviatemi da Domenico sono relative alla fase di invaiatura (III decade di luglio), in attesa delle maturazione (I decade di settembre) [figg. 5, 6].

 

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Fig. 5: Vasto, La Canale: uva San Francesco (invaiatura)

 

 

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Fig. 6: Vasto, La Canale. Uva San Francesco (invaiatura)

 

E proprio qui, dall’invaiatura, mi auguro che possa iniziare un nuovo percorso per questo sconosciuto (ai più) «liquore di Dioniso».

 

 

 

 

 

 

 

 

*L’amico Giacomo De Crecchio di Lanciano mi ha fatto la cortesia di inviarmi le foto dei 192 capitoli degli Statuti che avevo consultato in anni lontani.

REPUBBLICANI, INTERNAZIONALISTI E LA SOCIETÀ OPERAJA DI VASTO (1864-1879)

di Luigi Murolo

 

 

 

 

Il presente intervento era stato predisposto per la pubblicazione nel volumetto dedicato alla ricorrenza fondativa della Società operaia di mutuo soccorso di Vasto. Ma poi ho ritenuto di non licenziarlo alle stampe in quanto estraneo alla storia specifica dell’associazione (quella oggi esistente, radicalmente diversa dall’altra, viene istituita nel 1890). Ne avevo perso le tracce. L’ho ritrovato in una cartella non trasferita nel nuovo computer.

 

 

 

 

 

Chi è, nel 1864, l’operajo della Società Operaja (1) di Vasto? Di certo non il salariato del rapporto forza-lavoro/capitale, ma il prestatore d’opera. Se si vuole non il dipendente di un «industriante» (così in quegli anni viene chiamato l’imprenditore), ma il realizzatore di un servizio o di un prodotto. In tale prospettiva, l’operajo può essere tanto l’ebanista quanto il professore, tanto il flebotomo quanto il medico, tanto lo scribente quanto l’avvocato. Nei fatti questi soggetti sono tutti considerati  «esercitatori» di un’ attività lavorativa; che lo si voglia o meno, nessuno di loro viene ritenuto sussunto all’altro attraverso il rapporto di scambio. Non è forse vero che all’atto della sua fondazione la Società Operaja ha per presidente un ebanista (Luigi Del Guercio) e per segretario il direttore del Ginnasio comunale, futuro docente di Liceo statale (Pompeo Romani)? Stando così le cose non è forse il caso di parlare di interclassismo, vale a dire di collaborazione tra le classi? La costruzione del neonato Regno d’Italia – con la capitale ancora a Torino – esige la formazione di un consenso generalizzato intorno alla monarchia sabauda saldamente arroccata nel Palazzo Reale della capitale piemontese. Nulla di meglio allora che tentare un accordo intercetuale per raggiungere, attraverso le società operaie, un patto sociale, contrastato, nelle province meridionali, per un verso dal dilagante brigantaggio politico per l’altro dal mazzinianesimo (non va dimenticato che alla fine del settembre 1864 i repubblicani aderiscono – salvo poi allontanarsene – alla Prima Internazionale).

1864, dunque. Dovranno trascorrere ancora due anni per la battaglia di Bezzecca (1866) e tre per quella di Mentana (1867). Prima di questi due eventi, un gruppo di operaj della città (muratori, falegnami, panettieri, ramieri, giardinieri, contadini ecc.) avvierà la formazione di quel plotone di volontari garibaldini che, salutato dalla Società operaja di Vasto, combatterà nei due fatti d’armi e, soprattutto nel secondo, contro gli stessi Savoia (emblematica in siffatto contesto la morte sul campo di Giuseppe Ricci). Anche in questo caso va sottolineato come la scelta garibaldina implichi una rottura con il mazzinianesimo (tutti sanno che Mazzini non aveva affatto condiviso la linea di Aspromonte, di Bezzecca, di Mentana). Insomma, in quel periodo comincia a accadere «qualcosa» di socialmente rilevante che nulla avrà da dividere con la semplice politica del consenso alla monarchia sabauda. Da questo punto di vista, Michele Lattanzio, presidente del sodalizio vastese dal 1866 al 1871 e dal 1876 fino allo scioglimento (1879), sembra diventarne  l’interprete più eloquente. I bilanci conservati tra le carte dell’Archivio Storico Comunale di Vasto consentono di fornire solo una minuscola traccia sul personaggio (purtroppo va ribadito anche in questa sede che l’incredibile scarto dei documenti della Sottoprefettura di Vasto avvenuto nel 1963 non consente di seguire la trama di possibili informazioni su di un adeguato percorso storico locale) (2). Ma anche rispetto a tali evidenti lacune, risulta ugualmente difficile spiegare le ragioni specifiche che hanno determinato la damnatio memoriae delle origini di questa istituzione cittadina postunitaria e, in generale, di quanto è inerente allo stesso periodo.

In realtà, un’informazione esiste. Ma va letta con attenzione. In particolare, mi riferisco a quella che Francesco  Ciccarone nei suoi Ricordi sottolinea con queste parole: «Nel 1864, per iniziativa di Silvio Ciccarone, sorse in Vasto la Società Operaia di cui fu primo presidente effettivo Luigi Del Guercio, e presidente onorario lo stesso Ciccarone. Questa società che fu inaugurata nel Teatro Comunale con discorso del Ciccarone, attraversò notevoli trasformazioni, ancora dura ed ha la sua sede nel palazzo Mayo» (3). In realtà, in una lettera del 10 settembre 1864 di Silvio Spaventa a Silvio Ciccarone (4) si parla di una presidenza onoraria da conferire al Duca d’Aosta (Amedeo I Savoia-Aosta, secondogenito di Vittoriorio Emaneuele II, dal 1871 al 1873 re di Spagna). Ma l’accettazione da parte del re d’Italia della cosiddetta Convenzione di settembre (15 settembre 1864) con la Francia – che si impegnava a mantenere l’ indipendenza della parte residua dello Stato della Chiesa e la sua difesa da nemici esterni (ma non interni), ivi compreso il trasferimento della capitale da Torino a Firenze – avrebbe destato grande clamore e indignazione nel variegato movimento unitario. Di fatto, al cospetto dell’opinione pubblica, questo atto veniva a costituire la rinunzia a Roma capitale (trascinando con sé la caduta del governo Minghetti e del deputato di Vasto Silvio Spaventa, sottosegretario all’Interno, oltra alla rivolta di Torino). Era comprensibile che, in un contesto di tal genere, la Società Operaja di Vasto non solo rinunziasse alla presidenza del Savoia-Aosta, ma in risposta alla decisione regia nominasse a socio onorario il futuro Presidente del Consiglio dei Ministri Benedetto Cairoli (5), garibaldino e esponente della successiva Sinistra storica, divenuta tale solo con la cosiddetta «rivoluzione parlamentare» del 1876. Rispetto a ciò, risulta difficile poter pensare a una presidenza onoraria affidata a Giuseppe Garibaldi. La drammatica situazione politica non consentiva, in quel momento, una scelta così dichiaratamente antisabauda e filofrancese. Non solo non esiste un atto di accettazione da parte del Generale, ma, in una missiva datata Pavia, 9 aprile 1862 (prima della giornata dell’Aspromonte), il Nizzardo aveva già accolto le sollecitazioni alla presidenza onoraria del Comitato di Signore per Roma e Venezia (6) (un esempio importante di partecipazione politica di genere nella prima fase post-unitaria). Da questo punto di vista, un’ulteriore nomina ad honorem nella stessa città sembra poco probabile. Dal che si evince che, sulla base delle indicazioni qui esposte, appare più che plausibile ritenere Silvio Ciccarone primo presidente onorario (unica notizia non coincidente con l’affermazione di Francesco Ciccarone è quella sul discorso inaugurale che, stando al manifesto fondativo, risulterà tenuta dal segretario generale, Pompeo Romani). Un’ultima considerazione. Nella Società Operaja Ciccarone poteva probabilmente contare sullo stesso appoggio dei garibaldini. Leggendo una lettera di Ciccarone a Silvio Spaventa del 13 dicembre 1862 (dopo l’Aspromonte) ci si accorge dell’atteggiamento moderato che lo stesso mostrava nei confronti delle Camicie Rosse. Pur accogliendo il programma governativo del primo ministro Farini si lascia andare alla seguente osservazione: «Ora non vi date a perseguitare i Garibaldini, essi potranno essere utili e forse ben guidati potranno ridare un po’ di tono alle infiacchite popolazioni […]» (7). Dunque, uomo d’azione di gran realismo politico che, almeno fino alla crisi della Convenzione di settembre del 1864, avrebbe saputo contenere e non esacerbare le spinte mazziniane e garibaldine organizzate in città all’interno della neonata Società Operaja.

Ma torniamo all’argomento iniziale. Dalle fonti locali apprendiamo che, nel 1871, il presidente del sodalizio Michele Lattanzio viene segnalato dalla compagine dei moderati vastesi al governo cittadino come persona di «non buon colore politico». Ora, salvo il giudizio morale non richiesto, si potrebbe dire: beh, se per i conservatori non ha un buon colore, ciò potrebbe significare che avrebbe potuto far parte degli oppositori (non ancora organizzati con Francesco Ponza in Sinistra storica). In realtà le cose non stanno proprio in questi termini. Le carte della Questura di Napoli del 1874 rivelano un orizzonte del tutto inaspettato. Secondo la nota del 15 settembre inviata dal Questore al Prefetto dell’ex-capitale partenopea, Michele Lattanzio risulta essere uno dei venticinque corrispondenti abruzzesi del mazziniano e internazionalista Centro Regionale di Napoli  capeggiato da Carlo Dotto de Dauli (8) (sei residenti in Abruzzo Citeriore (9) e diciannove in Abruzzo Ulteriore). Considerati alla stregua di sovversivi, hanno il loro organo periodico ne «La Giovane Democrazia. Giornale razionalista socialista popolare» pubblicato a L’Aquila, le cui copie superstiti si conservano presso l’Archivio di Stato del capoluogo abruzzese negli atti processuali del Tribunale civile e correzionale a carico dei responsabili editoriali (soprattutto Carlo Leoni e Vincenzo Scenna) (10).

A conti fatti, il repubblicanesimo di Michele Lattanzio sembra sfociare nell’internazionalismo proprio nel momento in cui, per la seconda volta, torna sulla scena della Società Operaja di Vasto. Non solo a dimostrazione del consenso di cui gode nel sodalizio (anche se va sottolineato che gli iscritti effettivi, vale a dire coloro che versano il contributo per la quota sociale, sono davvero pochi). Ma anche a testimoniare l’ esistenza di una spinta eccentrica al moderatismo filosabaudo (sia esso di destra che di sinistra) fino a oggi del tutto ignorato nella storia della città. In questa chiave diventa importante sapere chi sia il sottoprefetto di Vasto del 1879, anno in cui più dura risulterà la repressione verso la locale società operaia.

Da questo punto di vista è sicuramente vero che l’insurrezione anarchica del 1877 nel Matese (con Cafiero e Malatesta) produrrà una forte tensione nella vita politica delle città centro-meridionali con la massima pervasività (anche in anni successivi) del controllo di polizia. Ma è altrettanto vero che, nel 1879, l’attività del sottoprefetto di Vasto Dotto de Dauli, padre del citato leader dei repubblicani napoletani, renderà ancor più greve la sorveglianza nei confronti di quel Michele Lattanzio, appena cinque anni prima corrispondente politico del figlio Carlo a sua volta divenuto più tardi deputato della Sinistra storica. E forse perché a conoscenza della pregressa attività internazionalista del presidente del sodalizio vastese – di fatto considerato un soggetto periculosum maxime – l’ufficiale di Stato avrebbe tentato in tutti i modi di chiudere la sede dell’associazione.

Null’altro, a tutt’oggi, è dato di sapere intorno alla figura del Lattanzio. Ancor meno – aggiungo – degli altri aderenti della Società Operaja di Vasto. Abbiamo solo notizia che dopo la liquidazione di quest’ ultima (come già detto, avvenuta nel 1879), verrà ricostituito un nuovo organismo sociale che del primo avrebbe ereditato il solo mito di Garibaldi, depotenziato e purgato ovviamente di tutta la sua carica repubblicana e antimonarchica. Quel vecchio dipinto dell’eroe dei due mondi conservato dall’attuale Soms resta l’unica eredità materiale superstite del rapporto che legava il vecchio organismo mutualistico (sorto nel 1864) al “nuovo” rifondato nel 1890.

In Abruzzo Citra, sono soprattutto i tipografi-editori gli animatori dell’indirizzo filomonarchico e conservatore in campo operaio. I nomi sono emblematici di questa tendenza che viene affermandosi nell’ultimo trentennio dell’Ottocento: Giustino Ricci a Chieti, Rocco Carabba a Lanciano, Luigi Anelli a Vasto (i primi due presidenti delle relative Soms; il terzo, estensore dello statuto sociale vastese). Il modello della fabbrica tipografica sembra diventare il medium attraverso cui passa l’organizzazione del consenso sabaudo nell’Italia umbertina. L’ideologo di questo movimento nella provincia di Chieti, Raffaele Tarantelli, così si trova a precisare («Istonio», 20 aprile 1890) il senso di tale forma associativa:

 

Le Società Operaie non debbono essere i gradini degli ambiziosi, ma invece gli esempi di concordia, di amore e di moralità, ed ogni loro sforzo deve mirare al miglioramento della propria classe, insinuando in tutti la dignità operaia e non l’orgoglio di classe. Nella città di Vasto […] i sentimenti di patriottismo sono modellati ai veri principii di fede nell’avvenire, che non dovrà essere di sopravvento di una classe sull’altra, ma di accordo tra capitale e braccio e di armonia fra ricco e proletario, fra popolo e Stato, fra nazione e nazione, fra capi supremi ed umanità.

 

Va da sé che in una prospettiva di tal genere (11) viene a mancare il tratto fondante della paideia mazziniana: il che vuol dire, di là dalla forma statuale, il rapporto tra educazione popolare e emancipazione politica (con la concordia raggiungibile attraverso la promozione di spazi crescenti di economia sociale e di «piena responsabilità e proprietà sull’impresa»). Ben lontano dal successivo paradigma giolittiano della gestione del conflitto, non ha nemmeno remote connessioni con la dottrina sociale della Rerum novarum (15 maggio 1891) che si sarebbe tradotto nel postulato di quello «stato distributivo» sostenuto da Gilbert K.Chesterton e da Hilaire Belloc che presuppone – stando a quest’ultimo – «un agglomerato di famiglie di diversa ricchezza, ma di gran lunga il maggior numero di proprietari dei mezzi di produzione». Al contrario, il modello paternalistico di società operaia proposto dal Tarantelli (ordine, operai, patria) (12) e dai tipografi dell’ Abruzzo meridionale sembra ben rispondere alla verticalità dell’ organizzazione sociale vastese di fine secolo e alla trama dello sviluppo industriale tentato nel 1906, attraverso il meccanismo delle «zone franche», da Beniamino Laccetti nell’area di Punta Penna (13). Ma nello stesso tempo, avrebbe costituito la base per la strutturazione del comunitarismo d’emigrazione nella New York di inizio Novecento con la costituzione a Little Italy, nel 1904, della Società operaia Lucio Valerio Pudente.  E qui vale la pena soffermarsi brevemente. In effetti, il regolamento dell’associazione americana sarebbe stato modellato sullo Statuto dell’organismo vastese (cfr. «Istonio», a. XVII, n. 2, 17 gennaio 1904). L’idea, in ogni caso, era stata lanciata qualche anno prima  da Uriele Pietro De Luca (14) il 23 aprile 1899, al 407 Canal St. di N. Y., sala Mazzini, in quell’occasione luogo di riunione di tutti vastesi residenti a N. Y.  per costituire un comitato atto a raccogliere fondi per le feste estive di Vasto del 1899 in ragione dell’invito rivolto da Gelsomino Zaccagnini (15). Un’idea – va detto – che, suggerita da una circostanza occasionale, tentava di fondare un organismo mutualistico sulla base di un’identità antropologica della migranza (se ne può cogliere il senso nell’opera letteraria di Pietro Di Donato) (16). Ma per dare forma all’associazione occorrerà attendere il 1904 perché il sarto Giacinto Blandi – uno dei 162 soci rifondatori, nel 1890, della Soms di Vasto – (17) prendesse la necessaria iniziativa. Dopo un’iniziale permanenza a Birmingham in Alabama – dove viene eletto nel 1898 presidente della Società principe Umberto di Savoia («Istonio» n. 2, 23 gennaio 1898) –, il Blandi si trasferisce nella Big Apple. Qui, con l’esperienza acquisita, restituisce la forma del modello vastese (ordine, operai, patria) adeguato alle esigenze rappresentative della società statunitense (tra i membri di questo consiglio direttivo, oltre al Blandi, altri sei risultano essere stati soci fondatori della Società operaia di Vasto) (18).

1879-1890. Lo strappo del sodalizio vastese con il suo passato apre a un percorso di neutralità interclassista che lo avrebbe traghettato con tranquillità attraverso le maglie dello stesso fascismo (quella vastese è una delle soms che non viene soppressa durante il Ventennio). Uno strappo che mostra oggi tutte le crepe del tempo. Sarà in grado di rinnovarsi? La risposta sta nella testa e nelle mani dei suoi soci.

 

 

 

 

Note

 

(1) La denominazione ufficiale del sodalizio risulta essere Società operaja di mutuo soccorso e mutuo lavoro.

(2) Cfr. C. Viggiani, Documenti di interesse vastese conservati negli istituti archivistici di Chieti e di Lanciano, in Immagini di Vasto, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 1985, pp. 79-83.

(3) F. Ciccarone, Ricordi, a c. di M. De Luca e C. Felice, Vasto, Cannarsa, 1998, p. 34.

(4) La lettera non è pubblicata in P. Romano [ma Alatri], L’inedito carteggio Spaventa-Ciccarone (1860-1879), in «Bergomum», a. 1942-XX, n. 1. Un frammento in 1864-1964. Un secolo di civismo, a c. di G. Peluzzo, Vasto, Soms, 1964, p. 30. Così recita il testo: «[…]  Ho scritto già al Nigra per ottenere la sua assistenza presso S. A. R il Duca di Aosta onde accetti di buon grado il nome di Presidente Onorario. Spero che non ci sia difficoltà, sebbene non siano pochi i capi in cui i Principi si sono dimostrati alieni di accogliere siffatte proposte. Vi lodo grandemente di essere riusciti a costituire anche tra voi così utile e Santa Associazione. Però bisogna che pensate a farla prosperare e dovete pensare a farla prosperare e dovete pensare ancora ad una Società di Tiro a Segno se riuscite ad impiantarla, il Ministro dell’Interno può venirvi in aiuto con un migliaio di lire, come fa con quelle degli altri Circondarii. […] Aff.mo tuo Silvio Spaventa».

(5) Il documento è conservato nella sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso.

(6) Le lettere sono pubblicate in L. Anelli, Ricordi di storia vastese, (III ed., Vasto 1906), Vasto, Arte della Stampa, 1982, pp.234-235.

(7) P. Romano [ma Alatri], art. cit., p. 33.

(8) Su questo personaggio cfr. di A. Scirocco la voce in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XLI, Roma, Istituto dell’ Enciclopedia Italiana, 1992.

 

(9) Oltre al Lattanzio, il prof. Pietro Cerritelli e Giovanni Porta di Chieti, Vincenzo Flaiano di Pescara, Nicola Pollidori di Lanciano, Angelo Colonna di Scerni. Cfr. G. Di Leonardo-M. R. Bentivoglio, Internazionalisti e Repubblicani in Abruzzo. 1865-1895, Mosciano S. Angelo, Media edizioni, 1999, p.82.

(10) Per tutte le notizie riportate in questo paragrafo cfr. Ibid.

(11) È il caso, tra l’altro, di considerare i discorsi sull’educazione tenuti dall’allora direttore delle scuole di Vasto, Francesco Di Rosso: Per la distribuzione dei premj agli alunni delle scuole comunali della Città di Vasto, Tip. C. Masciangelo, 1881; Per la festa scolastica in Vasto, Vasto, Tip. C. Masciangelo, 1883.

(12) L’intervento è pubblicato in opuscolo. R. Tarantelli, Ordine Operaj e patria. Discorso per la solenne inaugurazione della Società di mutuo soccorso degli operaj di Vasto, Chieti, Giustino Ricci, 1890. Nella dedica si legge quanto segue: «Al chiarissimo signor / Camillo cav. De Attiliis / presidente onorario perpetuo / della società operaja centrale di Chieti / All’egregio signor / Gaetano Anelli / Presidente della Società di Mutuo Soccorso / degli operaj di Vasto / alla / Società operaja di Ortona a Mare / ed a tutte le altre / società operaje di mutuo soccorso della provincia di Abruzzo Citeriore […]».

( 13) Sull’argomento cfr. il successivo intervento di B. Laccetti, Direttissima Italo-Jugoslava, Napoli, Tip. Ciolfi, 1926, pp.15-20.

(14) Uriele Pietro De Luca nasce a Vasto il 2 giugno 1872. E’ figlio del patriota avv. Domenico (1817-1881) e di Cleopatra Marinelli. Il sito http://www.ellisisland.org non registra indicazioni sul suo conto. Del personaggio si hanno scarse notizie (salvo il fatto che la famiglia lascia definitivamente Vasto per New York nel 1901). Si sa solo che si trasferisce a Filadelfia dove esercita il mestiere di tipografo. In questa città muore per paralisi cardiaca il 12 maggio 1906 («Istonio», a. XIX, n. 22-23, 3 giugno 1906)

(15) Il Comitato risultava così composto: Uriele De Luca, presidente; F. Paolo Cieri, segretario; Gregorio Marchesani, tesoriere; F. Paolo Marchesani fu Nicola, Nicola Marchesani, assistenti (cfr. «Istonio», a. XII, n. 19, 28 maggio 1899). Dell’ideatore e presidente del comitato si sa che nasce a Vasto il 2 giugno 1872, figlio del patriota e massone avv. Domenico (1817-1881) e di Cleopatra Marinelli. Il sito http://www.ellisisland.org non registra indicazioni sul suo conto. Da una lettera datata New York 30 maggio 1899 risulta la lista dei sottoscrittori con la somma raccolta (oblazioni per un totale di lire 357). Questo l’elenco: Uriele De Luca, Paolo Cieri, Gregorio Marchesani Filoteo Trivelli, Nicola Marchesani, Francesco Paolo Marchesani, Paolo D’Ermilio, Beniamino Trivelli, Filippo Reale. Antonio Izzi, Giuseppe Marchesani, Giuseppe Suriani, Errico Celano, Luigi D’Ermilio, Giuseppe Villamagna, Umberto Reale, Giuseppe Trivelli, Pasquale Della Guardia, Michele D’Angelo, Domenico Celenza, Nicola Suriani, Vincenzo Marchesani, Pasquale Caponigri, Vincenzo Miscione, Raffaele Bottari, Francesco Di Can-dido, Sebastiano Raimondi, Cesare Di Fabio, Nicola Miscione, Domenico Monteferrante, Giovanni Monteferrante, Antonio Trivelli, Lorenzo Agosta, Luigi Barbati, Lorenzo Marchesani, Angiolino Gamberale, Alfredo Di Chiacchio. («Istonio», a. XII, n. 19, n. 23, 29 giugno 1899). E’ il primo documento conosciuto sull’argomento.

(16) Cfr. L. Murolo, La cazzuola e la penna. Su Pietro Di Donato, Vasto, Q edizioni, 2011.

(17) Giacinto Blandi nasce a Vasto il 25 novembre 1860. E’ figlio del capoguardia delle prigioni di Vasto, Antonio (1830-1910) e di Clorinda Laccetti (1826-1898). La famiglia abitava al Belvedere Romani. Sposa nel 1889 Giovanna Pietrocola (20 agosto 1865) di Gregorio e fu Francesca Mattucci. Svolge il mestiere di sarto Dopo tale data emigra con la famiglia negli S.U. Il sito http://www.ellisisland.org non registra indicazioni sul suo conto. Nel gennaio 1898 a Birmingham (Alabama) è eletto presidente della Società principe Umberto di Savoia («Istonio» n. 2, 23 gennaio 1898). Si trasferisce in seguito a New York dove nel 1904 viene eletto presidente della Società Lucio Valerio Pudente («Istonio» n. 2, 17 gennaio 1904).

(18) Si riporta l’organigramma del primo Consiglio direttivo: Giacinto Blandi, presidente; Filoteo Trivelli, v. presidente; Paolo D’Ermilio, segr. di finanza; Michele D’Angelo, segr. di corrispondenza; curatori, Giuseppe Mirandola, F. Paolo Cieri, Filippo Stranieri, Domenico Celenza fu Nicola; consiglieri, Cesare Di Guilmi, Antonio Cascioli, Silvio Di Camillo, Luigi Barbati, Luigi Villamagma, Nicola Suriani, Paolo Ulisse, Beniamino Trivelli; Clemente D’Andrea, portabandiera italiana; Giuseppe Suriani, portabandiera americana; sergente d’armi, Gregorio Marchesani; Giuseppe Tomasulo, dottore. Questi i nomi dei consiglieri americani già soci fondatori della Società operaia di Vasto: Antonio Cascioli, Michele D’Angelo, Silvio Di Camillo, Giuseppe Suriani, Beniamino Trivelli, Paolo Ulisse