FRANCESCO PAOLO MICHETTI: DA UNA FOTO REALE A UNA FOTO SOLO IMMAGINATA

di Luigi Murolo

 

 

Questa è una foto del fiume Orfento presso Caramanico scattata da Francesco Paolo Michetti nel 1903. Nelle sue escursioni in Abruzzo il grande artista di Francavilla recava sempre con sé la Camera per cogliere aspetti naturalistici e antropologici da rielaborare nei suoi dipinti. Quello che propongo è il positivo di una lastra stereoscopica alla gelatina bromuro d’argento 9 x16.

La domanda che mi pongo non troverà risposta. Ma anche di fronte a tale certezza un piccolo pensiero trasognato non guasta e, soprattutto, perché un semplice sogno resta solo un semplice sogno. Insomma, ve l’immaginate che cosa accadrebbe se qualcuno, casualmente, riuscisse a trovare l’istantanea dei Laghetti di Vignola realizzata da Michetti nel luglio1909 in occasione della sua visita volutamente cercata in quella località?

 

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Francesco Paolo Michetti: Rocce sull’Orfento (1903)

 

QUALCHE CONSIDERAZIONE SU DI UN CONVEGNO PREMIALE TENUTO NEL PALAZZO REALE DI NAPOLI

di Luigi Murolo

 

L’intervento che segue non è una cronaca. Ma una semplice raccolta di osservazioni maturate tra colleghi del Liceo Scientifico “Mattioli” di Vasto prima e dopo la partecipazione al convegno premiale sul concorso «la Scuola adotta un monumento» tenuto a Napoli nel Teatro del Palazzo Reale. Mi piacerebbe discuterla con altre amiche e altri amici.

 

 

Ad alcuni docenti casualmente incontrati dopo la premiazione di Napoli ho fatto notare una cosa: che si adottano solo i monumenti abbandonati. Quelli in funzione hanno una paternità. Per tale ragione, si utilizzano didatticamente. La differenza è sostanziale. Al contrario, il patrimonio culturale immateriale viene dichiarato solo dalla documentazione esibita. Come il tango di Carlos Gardel, “dichiarato” dall’Unesco nel 2003 “patrimonio culturale immateriale dell’umanità”. Bene ha fatto, dunque, la scuola di Taranto a presentare il bel documentario sulla cantante e attrice del muto Anna Fougez. Come se una scuola di Vasto si fosse misurata con un breve filmato su Elena Sangro o sul mezzosoprano Annamaria Anelli, una grande cantante lirica vastese attiva tra gli anni quaranta e cinquanta dello scorso secolo oggi totalmente dimenticata!

E c’è di più. Nel corso della presentazione si è discusso di inserire anche la scienza all’interno del “Concorso la Scuola adotta un monumento”. Francamente son rimasto perplesso. Non foss’altro perché pensavo che il tema fosse già inserito. In effetti, il mio primo intendimento è stato quello di affrontare la splendida collezione sui Consulti medici cinquecenteschi conservati in un codice dell’Archivio Storico Comunale di Vasto. Ma poi mi son detto: non è proprio il caso. Il concorso parla di “adozione” e non di “utilizzazione didattica”. Fino a prova contraria, il codice è ben conservato (anzi, restaurato!). Dunque, una paternità ce l’ha. Non solo. Ma è anche ben conservato. Va da sé. Da questo punto di vista non ha alcun bisogno di “adozione”!  E’ come se volessimo parlare di “adozione” per i pezzi tecnologici conservati nel Palazzo Reale di Napoli (la suggestiva reggia di una città capitale, prima del Regno di Napoli e poi delle due Sicilie. La stessa in cui abbiamo avuto l’onore di essere ospitati).

Con le mie ex colleghe Lucia La Palombara e Clotilde Muzii oltre che con la mia ex dirigente Maria Grazia Angelini ho fatto subito un’osservazione: parlano di scienza nel Palazzo Reale e non parlano dei pezzi di tecnologia settecentesca qui presenti e della loro utilizzazione didattica? Come mai? Mi sono rivolto alle mie amiche sottolineando: perché non ne parlate con Rosa Losasso, la carissima Rosa, infaticabile organizzatrice del Festival della Scienza? Non solo. Ma questi elementi aprono a un significativo rapporto con la storia dell’arte. Non sarebbe interessante dedicare un’apposita aula con belle foto (non certo le mie, che sono molto approssimative), restituendo la cortesia di cui ci hanno omaggiato? Comincerei innanzitutto con lo stucco dorato della sala del trono in cui è effigiata  la figura femminile con l’iscrizione sottostante «Abruzzo Citra» (figg. 1 e 2).

 

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Fig. 1: Napoli, Palazzo Reale. La sala del Trono

 

 

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Fig. 2: Napoli, sala del Trono.  Figurazione di Abruzzo Citra

 

Poi, una visita allo studio di Gioacchino Murat (stanza XIII) dove sono allocati un orologio a pendolo e un barometro di fabbricazione francese datati 1812 (figg. 3 e 4). La particolarità dei due oggetti sta nella metrologia universale adottata dalla Rivoluzione Francese (1790. I cui campioni sono depositati negli archivi del Bureau international des poids et mesures di Sèvres) prima del suo utilizzo nel Regno delle Due Sicilie (1840).

 

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Fig. 3: Napoli, Palazzo Reale. Studio di Murat. Orologio a pendolo

 

 

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Fig. 4: Napoli. Palazzo Reale. Studio di Murat. Barometro

 

La sala XIV detta «Stanza della Regina» accoglie un orologio con veduta di Londra e automi (fig. 5) opera di Thomas Wagstaffe, attivo nella capitale inglese dal 1756 al 1793. Si tratta di un pezzo in ottone, legno dipinto a olio che richiama alla memoria il celebre testo di Herone Alessandrino (De gli automi ouero machine se moventi, Venezia, Porro, 1589 disponibile su Google libri.

 

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Fig. 5: Napoli, Palazzo Reale. Stanza della Regina. Orologio con automi

 

Nel Primo salotto della Regina (sala XVII) incontriamo l’orologio con Maria Stuarda opera dell’orafo parigino Gasche acquisita dai Borboni  nel 1841 (fig. 6). Questi tre apparecchi costituiscono un interessante aspetto della misurazione del tempo nella corte napoletana; con tutto ciò che poteva significare la scansione della durata in una società che praticava l’ora, ma non i suoi sottomultipli. Che non utilizzava e che, per lungo tempo, non avrebbe saputo utilizzare, la cronografia del Moderno. Così in larga parte traspare dagli atti di nascita compresi tra il 1809 e il 1865.

 

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Fig. 6: Napoli. Palazzo Reale. Primo salotto della Regina. Orologio con Maria Stuarda

 

Ultimo, ma non meno importante, il singolare leggio rotante (1792) – macchina prodigiosa sistemata nella «Retrostanza» (sala XXIII) – che, a imitazione dei modelli monastici, consentiva la consultazione di più testi nello stesso momento (fig 7).

 

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Fig. 7: Napoli. Palazzo Reale. Retrostanza. Leggio rotante

 

Che dire! Di là partecipazione a un concorso (su cui ho espresso qualche piccolo appunto) importa la discussione che, tra colleghi, si è immediatamente sviluppata – ivi compreso l’interesse per il codice cinquecentesco sui Consulti dei medici vastesi della stessa epoca redatti in corsiva cancelleresca di cui pubblico la prima carta dal titolo Regimen puerperae in partu conservati nell’Archivio Comunale di Vasto (fig. 8) (l’amica Rosa Losasso è ormai avvertita!).

 

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Fig. 8: Vasto. Archivio Storico Comunale. Consulti medici (sec. XVI)

 

E ciò fa il paio con l’imminente mostra sulla Demenza femminile a Vasto nell’Ottocento, attraverso i rapporti con il manicomio di Aversa (curata da alcune colleghe dello Scientifico “Mattioli”) costruita sugli atti conservati sempre nello stesso Istituto. E ciò a partire dal corso di formazione docenti sugli archivi da me tenuto lo scorso anno nell’ambito delle attività formative organizzate dalla sezione di Italia Nostra del Vastese.  Dunque, un’attenzione sulla ricerca didattica su cui sta puntando il Liceo in cui ho insegnato (e cui tiene molto Maria Grazia Angelini). Non ho parlato degli splendidi allievi. Sull’argomento tornerò in seguito.  In questa sede mi piace sottolineare solo un aspetto. Non è stato importante il premio. Ma la discussione che su di esso si è intrecciata. Il Liceo “Mattioli” guarda sempre avanti. Il passato recente rappresenta sempre e soltanto una tappa.

 

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Il gruppo del Polo Liceale “Mattioli” di Vasto

 

SULLE TRACCE DELLA «PANDIRE» DI VIGNOLA

di Luigi Murolo

 

 

Qual è il significato del lemma dialettale vastese pandìrǝ? Se ci soffermiamo sulla definizione fornita dal Vocabolario dell’uso abruzzese di Gennaro Finamore (18801, 18932) esso vale «pozza d’acqua ferma». Nei fatti, poco più di una «pozzanghera» che, sempre in vastese, si dice cutuëinǝ (foneticamente /ku’twƐinǝ/. Il valore semantico del termine in questione differisce nettamente dall’abruzzese. In lingua vernacola designa un «laghetto»  – tanto naturale quanto artificiale – con acqua bassa dolce o salmastra,  utilizzabile soprattutto per il lavoro umano (lu cutuëinǝ, ad esempio, serviva per abbeverare gli animali). Da questo punto di vista, il laghetto della Villa comunale è solo formalmente assimilabile a una pandìrǝ; ma di fatto non lo è, per il fatto di non presentare alcuna funzione ergonomica. L’unico esempio da me conosciuto in città (posteriore all’inaugurazione dell’acquedotto del Sinello avvenuta il 12 settembre 1926) è il piccolo specchio d’acqua localizzato proprio di fronte alla nuova chiesa di S. Maria del Sabato Santo, nascosto oggi da una foltissima vegetazione lacustre. Risulta formato da una deviazione dell’antico acquedotto delle Luci e veniva (e viene) impiegato per finalità irrigue (fig. 1).

 

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Fig. 1: Vasto. Il relitto della pandìrǝ delle Luci

Una cosa va però ricordata. Il 1926 segnava l’avvenuta realizzazione di un’altra opera idraulica. Vale a dire la massiccia bonifica dell’area di Vignola con il prosciugamento dell’omonima laguna (non una padula), fatta di laghetti di acqua salmastra in cui gli abitanti del luogo raccolti in un piccolo villaggio tuttora esistente e ristrutturato (fig. 2, tutti appartenenti al gruppo familiare dei Tummuassìllǝ [foneticamente /tummwas’sillǝ/]) praticavano nel XIX secolo, oltre all’agricoltura, la pesca di specie ad hoc; specie – va detto – che popolano ambienti a corrente debole o assente.

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Fig. 2: Il villaggio ristrutturato di Vignola

Il tutto inizia due anni prima, quando l’allora commissario prefettizio di Vasto Cesare Perdisa comunicava al ricostituito Consiglio Comunale il 1° giugno 1924 quanto segue:

«Per la bonifica di Vignola le difficoltà furono maggiori giacché si trattava anzitutto di ottenere la classifica di 1a categoria […]. Questo era certo un gran passo verso la risoluzione del problema; ma non bastava […]. Perciò anche a questo riguardo occorreva propugnare l’attuazione di un programma minimo e cioè lo stralcio dalla bonifica dell’intera contrada di quella parte di essa ove la malaria è più sviluppata. Fu concordemente scelta quella dei cosiddetti Laghetti dove si presume che il germe si sviluppi e si propaghi con maggiore intensità […]». (C. Perdisa, Relazione al ricostituito consiglio comunale di Vasto, Vasto, Arte della Stampa, 1924, p.14).

Si noti bene. La bonifica delle pandìrǝ di acqua salmastra avviene sulla base di una presunzione del commissario prefettizio, non del Consiglio Comunale. Di un luogo di grande interesse che, nel 1909, aveva visto la visita voluta, per la sua specificità paesaggistica, da Francesco Paolo Michetti. Una nota del settimanale «Istonio» del 25 luglio 1909 (a.XXII, n.31) registra quanto segue:

«In questi giorni è stato in Vasto Francesco Paolo Michetti, ospite del cav. Alfonso Marchesani, per una gita artistica a S. Nicola della Meta ed ai laghetti di Vignola. E’ probabile che faccia quanto prima altra escursione alla scogliera della Penna».

Non vi sono dubbi. Già dagli inizi del Novecento i laghetti di Vignola costituivano un riferimento per il rapporto tra arte e bellezze naturali. Quello stesso rapporto che Benedetto Croce aveva codificato come Ministro della Pubblica Istruzione nella Legge n.778, 11 giugno 1922, pubblicata su G.U. 24 giugno 1922, n.148. Stiamo parlando della prima legge in Italia sulla tutela del paesaggio che il filosofo napoletano (di origine abruzzese) aveva storicizzato con queste parole nella presentazione del testo legislativo:

«Il movimento a favore della conservazione delle bellezze naturali rimonta al 1862, allorquando John Ruskin sorse in difesa delle quiete valli dell’Inghilterra minacciate dal fuoco strepitante delle locomotive e dal carbone fossile delle officine, e si diffuse lentamente ma tenacemente in tutte le nazioni civili, e specie in quelle in cui più progredite sono le industrie e i mezzi di locomozione. Infatti questi mezzi, togliendo più facilmente gli uomini all’affannosa vita delle città, per avvicinarli più spesso alle pure gioie dei campi, han diffuso questo anelito, tutto moderno, verso le bellezze della natura, mentre le industrie, fatte più esigenti dalla scoperta della trasformazione della forza, elettricità, luce, calore, attentano ogni giorno più alla vergine poesia delle montagne, delle foreste, delle cascate».

Da tale punto di vista, la malaria diventa un mezzo per superare la legge approvata due anni prima. E ciò per rimettere in moto il meccanismo dei lavori pubblici lungo la costa che, dopo il finanziamento di un milione di lire per la costruzione del porto di Punta Penna nel marzo del 1919, ne aveva visto il declassamento con decreto governativo del 4 agosto 1921. E che, nello stesso tempo, aveva trovato nel deputato socialista Mario Trozzi il patrocinatore per la costruzione del porto peschereccio in località Scaramuzza con l’interrogazione rivolta al governo nel marzo 1920. Va da sé che tutto questo non nega la presenza della malaria. Anzi! La parassitosi (detta anche paludosi) era diffusa soprattutto nelle padule del cosiddetto Rione Marina (così come precisava lo stesso Perdisa). Al punto che già nel 1914 era stata praticata la diffusione e la somministrazione gratuita del chinino. Insomma, un’urgenza sanitaria legata alle acque stagnanti delle aree dunali dell’arenile e del Fosso del Ponte Marino che alla foce si insabbiava. Non certo alla spiaggia ghiaiosa di Vignola. E c’è di più. Secondo la testimonianza di ‘Za Micchilëinǝ (foneticamente /za mikki’lƐinǝ/), la novantaduenne matriarca del villaggio dei Tummuasìllǝ, nessuno dei suoi maggiori ricordava episodi di malaria. E ciò, grazie alla preziosa acqua curativa della Funduciuàllǝ (foneticamente /fundu’tƪuallǝ), una piccola fonte di acqua sorgiva purtroppo distrutta dalla galleria del nuovo tracciato ferroviario (fig. 3). Con una sottolineatura non secondaria: vale a dire, l’interesse etnoantropologico per l’attribuzione alla materia liquida di un valore apotropaico se non, addirittura, immunizzatore nei confronti dell’antico «mal d’aria» che, in altre parti del litorale vastese, aveva dominato incontrastato.

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Fig. 3: Il luogo della scomparsa Funduciuàllǝ. In primo piano i resti del vecchio tracciato ferroviario; a ridosso, il piano rialzato della nuova galleria

Già! Ma dov’erano quei «laghetti» che tanta attenzione avevano suscitato agli occhi dell’artista per l’immateriale selvaggia bellezza di cui erano portatori? Luoghi impraticabili oggi, accerchiati dalle privatizzazioni, raggiungibili solo attraverso uno scosceso sentiero interpoderale tra campi coltivati e agrumeti noto ai connoisseur Sebastiano Ciccotosto e alla consorte Clelia Bruno (fig. 4). Devo a questi amici l’approdo per via terra verso un lido caratterizzato da muraglioni in cemento armato caduti e con bassi fondali popolati in estate da urticantissimi anemoni di mare la cui colonizzazione è visibile dall’alto grazie alle foto zenitali di Google maps cui, per la visione, rinvio il lettore curioso.

 

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Fig. 4: gli amici Clelia Bruno e Sebastiano Ciccotosto

Dopo aver raggiunto tra una chiacchiera e l’altra una pineta impiantata negli anni Ottanta del secolo scorso ho chiesto a Sebastiano: «c’è un relitto della vecchia pandiera?». «Un relitto? – risponde l’amico Sebastiano –. Ma di quale relitto stiamo parlando? La pineta in cui ci troviamo sostituisce interamente il vecchio habitat. Ricordo ancora un laghettino distante una decina di metri dalla linea di costa dove noi bambini ci divertivamo a pescare, sostituito da un campetto dove giocavamo a calcio prima dell’impianto di questa pineta» (figg. 5, 6). Ecco perché mi piacerebbe chiedere agli Squacciarìllǝ (foneticamente /Skuattƪa’rillǝ/) della Canale oppure ai Marrucquàllǝ (foneticamente /Marruk’kwallǝ/) di Punta Penna se rammentano ancora quello stato di stato di cose a metà XX secolo. Per quanto mi riguarda, ho cercato di trovare nella mappa del territorio disegnata nel 1858 da Carlo Luigi Dau (fig. 7) sulla base cartografica dell’Atlante Rizzi-Zannoni (1807) la corrispondenza della laguna ottocentesca con l’attuale pineta documentata da Google maps. La perfetta corrispondenza morfologica tra le due testimonianze conferma la relazione che si stabilisce tra loro. Del resto, l’amico Sebastiano Ciccotosto ricorda ancora quando, da bambino, pescava gli avannotti nel relitto di bacino lacustre ancora esistente negli anni Sessanta del Novecento. Poi i primi calci tirati nel campetto di calcio che lo aveva sostituito. Infine, la pineta. Che posso dire! Una storia del presente che, nel volgere di poco più di un decennio, hanno visto il radicale stravolgimento naturalistico e paesaggistico di questo tratto di litorale vastese.

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Fig. 5: Veduta di insieme della Pineta di Vignola precedentemente occupata dalla pandìrǝ

 

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Fig. 6: Veduta dalla pineta di Vignola (prima pandìrǝ) verso la spiaggia

 

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Fig. 7: Carlo Luigi Dau. Pianta topografica di Vasto (1858). Cerchiata in rosso l’area della laguna di Vignola

 

Chissà che cosa avrebbe detto oggi il buon Michetti, dopo aver visto quel passato dalla bellezza selvaggia. Non possiamo dirlo. Però qualcosa possiamo aggiungere. Che cosa? Conservare, per quanto possibile, almeno la memoria di ciò che un tempo fu la «pandìrǝ» o, se si vuole, i «laghetti» di contrada Vignola.

LA COLLEZIONE FOTOGRAFICA DI ETTORE JANNI: IL CASO DI ACQUAVIVA COLLECROCE

di Luigi Murolo

 

 

Di Ettore Janni (Vasto 1875-Milano 1956), deputato di Vasto nel 1919 e direttore del «Corriere della Sera», la Biblioteca Provinciale «A. De Meis» di Chieti detiene, oltre al suo fondo librario (oltre 30000 volumi donati dalla figlia nel 1976), una splendida collezione fotografica di luoghi abruzzesi relativa agli anni ‘Venti. L’unica eccezione – per così dire, «regionale» – è data da un gruppo di cinque scatti effettuati in un piccolo centro molisano della valle del Trigno: Acquaviva Collecroce, comunità alloglotta di origine croata. Ciò che va detto è che si tratta di una documentazione iconografica non avente per tema la fisicità del borgo, ma la vita lavorativa che in esso si svolge. Una specifica pratica di indagine ergologica, ad esempio, che, dal 1923 al 1930, Paul Scheuermeier e Gerhard Rohlfs avrebbero condotto in parallelo per il Bauernwerk in Italien (Il lavoro dei contadini in Italia) di cui Palmoli è stata un punto-chiave. Certo, dell’autore di quelle istantanee – un tale Vetta – non si avevano notizie se non il timbro a secco e il confronto con altre foto pubblicate nel volume di V. Balzano, Abruzzo e Molise, Torino 1927 (cfr. «Rapsodia abruzzese». Le fotografie del fondo Ianni, a c. di F. Eugeni, S. Atto di Teramo, Edigrafital, 2003, pp. IX-XIV). Ricondotte, di conseguenza, a una data anteriore a quella precedentemente indicata, testimoniano, nei primi anni Venti del Novecento, l’occhio vigile della camera per la ricognizione antropologica. Ma oggi una cosa si può aggiungere. Il Vetta di cui si sta parlando è senz’altro quello stesso dr. Angiolino Vetta di Acquaviva Collecroce che aveva fornito a Milan Rešetar una parte del corredo iconografico per la sua fondamentale ricerca dal titolo Die serbocroatischen Kolonien Süditaliens, Wien, Hölder, 1911 (trad. it. Le colonie serbocroate nell’Italia Meridionale, a c. di W. Breu, M. Gardenghi, Campobasso, Amm. Prov., 1997). Un fotografo del luogo cosiddetto «dilettante» – vale a dire, ‘non professionista’ –, dunque, che, ancor prima degli anni Venti – anzi, fin dai primi anni del Novecento – aveva avuto chiaro il senso dell’investigazione etnografica. A tal proposito, le immagini tratte dal testo di Rešetar sono esemplari:

 

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Il frontespizio dell’ opera di Milan Rešetar

 

 

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Angiolino Vetta: Donne e bambini di Acquaviva

 

 

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Angiolino Vetta:  Contadino di Acquaviva con giogo dell’aratro

 

 

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Angiolino Vetta: cantanti del coro del Primo Maggio

 

Ma torniamo sugli scatti del dr. Vetta su Acquaviva Collecroce raccolti nella collezione Janni. Ad eccezione di un paesaggio generico (fig. 1), i restanti cinque raffigurano attrezzi e modalità di lavoro di un borgo contadino. Innanzi ruote di carro sganciate dal traino insieme con la bestia da tiro – mulo – (fig. 2). Successivamente la vecchia che guida il mulo con basto e carico e con il vecchio che chiude la processione per controllare l’animale (fig. 3). Inoltre un gruppo di tessitrici che opera all’aperto (fig. 4). Una coppi di muli (fig. 5). In conclusione, un significativo esempio di paideia di mestiere. Non una giovane maestra, ma la ragazza più grande di un insieme di fanciulle che, stante, impartisce i rudimenti del lavoro a maglia alle più piccole. Di notevole interesse la modalità ex cathedra dell’ adolescente che scandisce il ritmo alle altre (fig. 6). Nel borgo, la comunità agiva in consonanza. Il prototipo era dato dai cantanti del coro del Primo Maggio organizzantisi intorno a un totem (mosso internamente da un giovane) che percorreva le vie del paese in una sorta di quête rituale. Lo stare intorno a qualcuno o a qualcosa costituiva il motore dell’aggregazione. Da questo punto di vista, la funzione della fanciulla-maestra aveva un valore fortemente ergonomico. Nel sostituire l’adulta, consentiva a quest’ultima di esercitare senza interruzioni i lavori dei campi e domestici.

 

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Fig. 1: Angiolino Vetta. Acquaviva Collecroce: paesaggio

 

 

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Fig. 2: Angiolino Vetta: Acquaviva Collecroce. Ruote di carro e muli

 

 

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Fig. 3: Angiolino Vetta. Acquaviva Collecroce: Anziana che conduce mulo carico

 

 

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Fig. 4: Angiolino Vetta: Acquaviva Collecroce. Tessitrici al telaio

 

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Fig. 5: Angiolino Vetta. Acquaviva Collecroce: coppia di muli

 

 

 

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Fig. 6: Angiolino Vetta. Acquaviva Collecroce: ragazze che lavorano a maglia

 

La formazione lavorativa dei singoli in un’economia di comunità non era affidata al mastro o alla mastra, ma a chi aveva più esperienza rispetto a altri o a altre. La verticalità didattica dei saperi materiali era scandita esclusivamente dalla pratica. In tale prospettiva, le tecniche si acquisivano nel tempo.

Con il fotografo acquavivese Angiolino Vetta non solo una pagina del suo paese diventa antropologia iconografica. Ma tutta la documentazione abruzzese raccolta nella collezione Ettore Janni. Si tratta della scoperta di un Maestro dell’immagine del quale, in qualche modo, si dovrebbe dare conto.

«IN CORNU EPISTULAE ET IN CORNU EVANGELII»: UNA RILETTURA STORICA DEL CIMITERO DI VASTO

di Luigi Murolo

 

 

«Il silenzio e la memoria» è il titolo generale che raccoglie l’iniziativa della sezione di Italia Nostra del Vastese di visita al Cimitero di Vasto inteso come bene culturale in occasione della ricorrenza dei defunti. L’incontro di quest’anno – giunto alla quinta edizione – avrà per oggetto il tema che segue.

 

 

 

«In cornu epistulae et in cornu Evangelii» nel linguaggio ecclesiastico designavano la destra e la sinistra dal punto di vista del fedele che guardava frontalmente l’altare. E ciò perché la cartagloria posta a destra riportava il salmo Lavabo oltre al Deus qui humanae substantiae recitato dall’officiante nel corso dell’offertorio. Quella posta a sinistra, al contrario, raccoglieva il prologo del vangelo secondo Giovanni (fig. 1).

 

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Fig. 1: Esempio di cartaglorie settecentesco

 

Nei fatti, cimiteri geometricamente scanditi come il «quadrato» di Vasto restituiscono all’aperto la forma ecclesiae limitata dal recinto e dalle sue cappelle gentilizie, dove le aree destinate ai solchi profilavano le navate; la cappella, l’altare; e l’ingresso, un pronao prostilo tetrastilo. Da questo punto di vista, il vertice scelto per la localizzazione della chiesa cimiteriale per l’orientamento di tutti gli altari: l’esposizione del lato anteriore verso quell’est cui la multitudo fidelium anelava per raggiungere l’eterna recezione aurorale della lux Crucis. A questo punto, un aspetto va precisato. La prima legge cimiteriale del Regno delle Due Sicilie emanata l’11 marzo 1817 da Ferdinando I agli artt. 1 e 2 del Regolamento presupponeva  esclusivamente queste clausole: «1. Il seppellimento de’ cadaveri umani ne’ Camposanti […] dovrà essere fatto per inumazione, ossia interrimento, non già per tumulazione, ossia dentro sepolture. […] 2. La figura del Camposanto sarà un quadrato, o un parallelogrammo, o almeno la più approssimante a tali figure. Avrà una sola porta d’ingresso chiusa da un forte rastello di ferro, o di legno, così stretto, che gli animali non possano penetrare a traverso esso. […] Vi sarà costruita una Cappella per esercitarvi gli uffizj religiosi. Accanto alla porta del Camposanto potrà costruirsi ancora una casetta pel sepellitore, qualora le circostanze locali ne facciano sentire la necessità. […]». Dalla qual cosa si evince che l’impianto ideologico della struttura in questione risultava interamente inscritto nel progetto dell’arch. Nicolamaria Pietrocola disegnato nel 1840 (conservato nell’Archivio Storico Comunale di Vasto) che rendeva evidente la proiezione dell’axis mundi sulla terra secondo il modello della castramentatio romana (fig. 2):

 

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Fig. 2: Cimitero di Vasto: Il progetto di Nicolamaria Pietrocola (1840)

 

Quando il 21 febbraio 1844, mercoledì delle Ceneri, il Camposanto veniva inaugurato, nella memoria in latino dell’economo curato capitolare Giuseppe de Benedictis dal titolo Monitum posteris relinquendum (vale a dire Monito tramandato ai Posteri) il Camposanto veniva definito monumentum, ben sapendo che nei versetti V, 28-29 del testo latino del Vangelo secondo Giovanni la voce in questione vale singolo sepolcro: «28 Nolite mirari hoc, quia venit hora, in qua omnes, qui in monumentis sunt, audient vocem eius;  / 29 et procedent, qui bona fecerunt, in resurrectionem vitae, qui vero mala egerunt, in resurrectionem iudicii. Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce / e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna».

Definendo in questo modo il Camposanto all’aperto monumentum (cioè, l’insieme dei sepolcri individuali e gentilizi), il de Benedictis lo assimilava al sepolcreto intrameniale della chiesa (come già ricordato in precedenza la prima legislazione cimiteriale borbonica risaliva a poco meno di un trentennio prima). Dall’identità di ecclesia e monumentum diventava applicabile la formula delle Ceneri (giorno simbolico scelto per l’inaugurazione del Cimitero) che, nello spargimento di un granello di cenere benedetta ricavata dalla combustione di rami d’ulivo prodotta la Domenica delle palme dell’anno precedente, vedeva l’officiante pronunciare il versetto di Genesi 3, 19: «Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris (“Ricordati uomo che sei polvere e in polvere ritornerai”)» e di Marco 1, 15: «Pænitemini, et credite Evangelio (“Convertitevi e credete al Vangelo”)».  Sempre secondo la testimonianza del de Benedictis, il 21 febbraio 1844 giorno della feria quarta cinerum,  dovevano sfilare nel cimitero sub specie processionis, come un’unica confraternita dell’unica parrocchia esistente (S.Giuseppe), le seguenti confraternite secondo quest’ordine: 1. Madre di Dio del Monte Carmelo 2. Ss.mo Sacramento di S. Maria Maggiore 3. Orazione e Morte 4. Confalone 5. Sodalità di S.Antonio di Padova 6. Ss.ma Annunziata 7. Ss.mo Sacramento di S. Pietro. Doveva chiudere la teoria religiosa la confraternita del Sacro Monte dei Morti di S. Pietro considerata la più antica della città. Qui di seguito il testo completo della memoria pronunciata dall’economo curato capitolare Giuseppe de Benedictis, la cui firma sarebbe stata autenticata dal sindaco pro-tempore Pietro Muzii (fig. 3):

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Il testo completo della memoria pronunciata dall’economo curato capitolare Giuseppe de Benedictis, il mercoledì delle Ceneri, 21 febbraio 1844

 

Un’ultima notazione. A differenza di chi credeva che l’Oriente (la luce) fosse già in loco (secondo le dottrine dei portatori di luce), la liturgia tridentina presupponeva un Oriente da raggiungere. Di qui la presenza nella cartagloria in cornu evangeli (a destra) dei versetti di Giovanni 1, 6-9 relativi a chi testimonia la luce: «6 Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Ioannes; 7 hic venit in testimonium, ut testimonium perhiberet de lumine, ut omnes crederent per illum. 8 Non erat ille lux, sed ut testimonium perhiberet de lumine. 9 Erat lux vera,  quae illuminat omnem hominem, veniens in mundum. (“Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”)». Al contrario, nella cartagloria in cornu epistulae (a sinistra), si leggeva il versetto 6 del salmo 26 che, escludendo la successiva formula pilatesca del “lavarsi le mani”, dichiarava esplicitamente il “lavarsi le mani” tra tutti gli innocenti per ottenere il raggiungimento della salvezza: «Lavabo inter innocentes manus meas (“Laverò tra gli innocenti le mie mani)».

La collocazione delle superstiti tombe storiche del Cimitero di Vasto risponde in modo esemplare a questa impostazione – di fatto, antropologica – della dottrina della salvezza (soteriologia). La visita al Camposanto sarà un’occasione per affrontare e discutere tali aspetti.

Venerdì, 3 novembre 2017, ore 15

Ritrovo ingresso del Cimitero

SULLA LEGGE SALVA-BORGHI: UN IMMINENTE CONVEGNO A SAN SALVO. INVITO ALLA DISCUSSIONE

di Luigi Murolo

 

La legge recentemente approvata sui Piccoli Comuni sarà oggetto di discussione in un convegno a S. Salvo il prossimo 27 ottobre. All’argomento sono molto interessato, soprattutto se penso allo straordinario tessuto comunitario che i piccoli borghi conservano in rapporto al patrimonio culturale materiale e immateriale minacciato dal fenomeno dello spopolamento e dell’abbandono. Il convegno avrà per centro l’illustrazione della legge (cosa di per sé rilevante). Ma una riflessione dovrà subito essere avviata in relazione all’uso della banda larga nel segmento della formazione secondaria e terziaria e nella promozione di un corso ad hoc per guide del territorio in un percorso di alternanza/scuola-lavoro tra secondarie di secondo grado dei centri maggiori e piccoli comuni. I temi sono ricchi di sollecitazioni culturali e organizzative. Ma non sono oggetto di questo intervento in cui mi limiterò solo ad alcune rapide annotazioni di lavoro sul convegno.

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Per questa ragione, propongo all’attenzione degli amici lettori la seguente scheda sulla legge in questione tratta da Rai News. Una scheda, purtroppo, senza l’indicazione dell’autore, a un tempo dettagliatissima e sintetica che, in dieci punti,  ne delinea l’impianto. Voglio solo ricordare che si tratta un fondo di cento milioni di euro per quei comuni al di sotto dei  5000 abitanti (pari al 70% di quelli italiani corrispondenti a  5585 unità per un totale di 10 milioni di residenti) compressi dal cosiddetto  Patto di Stabilità (cioè, dall’accordo siglato nel 1997 per il controllo delle politiche di bilancio degli stati Ue sulla base dei requisiti fissati dall’eurozona). Per il resto, riporto per intero il testo della scheda Rai News:

 

  1. Obiettivi della legge. Scopo della legge è favorire e promuovere lo sviluppo sostenibile economico, sociale, ambientale e culturale, promuovere l’equilibrio demografico del Paese, favorendo la residenza nei piccoli comuni, incentivare la tutela e la valorizzazione del patrimonio naturale, rurale, storico, culturale e architettonico. [La legge] punta anche all’adozione di misure a favore dei cittadini che vi risiedono e delle attività produttive, contro lo spopolamento e per incentivare l’arrivo dei turisti. Per piccoli comuni si intendono i centri con residenti fino a 5.000 abitanti ma anche i comuni istituiti con la fusione tra centri che hanno, ognuno, popolazione fino a 5.000 abitanti. La legge definisce anche altri parametri per beneficiare dei finanziamenti destinati ai ‘piccoli’ (devono essere comuni collocati in aree interessate da fenomeni di dissesto idrogeologico; comuni caratterizzati da marcata arretratezza economica; comuni nei quali si è verificato un significativo decremento della popolazione residente rispetto al censimento generale della popolazione effettuato nel 1981; comuni caratterizzati da condizioni di disagio insediativo, sulla base di specifici parametri definiti in base all’indice di vecchiaia, alla percentuale di occupati rispetto alla popolazione residente e all’indice di ruralità, ad esempio).
  2. 2. Fondo per lo sviluppo strutturale, economico e sociale dei piccoli comuni. Ha una dotazione complessiva di 100 milioni e serve a finanziare investimenti, (10 milioni di euro per l’anno 2017, e 15 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2018 al 2023). Per l’utilizzo delle risorse, è prevista la predisposizione di un piano nazionale per la riqualificazione dei piccoli comuni e un elenco di interventi prioritari assicurati dal Piano nazionale.
  3. Recupero dei Centri storici. [La legge] prevede la possibilità di individuare, all’interno dei centri storici, le zone di particolare pregio, dal punto di vista dei beni architettonici e culturali, da riqualificare con interventi, pubblici e privati, per riqualificare l’area urbana, rispettando le tipologie delle strutture originarie. La legge consente, fra l’altro, ai comuni in questione, di acquisire e riqualificare immobili per contrastare l’abbandono di terreni e di edifici, di acquisire o stipulare intese per il recupero di case cantoniere e di stazioni ferroviarie non più utilizzate e attribuisce ai piccoli comuni la facoltà, anche in forma associata, di stipulare, con le diocesi della Chiesa cattolica e con le rappresentanze delle altre confessioni religiose che hanno concluso intese con lo Stato, convenzioni per la salvaguardia e il recupero dei beni culturali, storici, artistici e librari degli enti ecclesiastici o degli enti delle confessioni religiose civilmente riconosciuti.
  4. Banda ultralarga. Si stabilisce che le aree dei piccoli Comuni per le quali non vi è interesse da parte degli operatori a realizzare reti di connessione veloce e ultraveloce possono essere destinatarie delle risorse previste, in attuazione del piano per la banda ultralarga del 2015.
  5. Tasse e tributi e di tariffe per i servizi pubblici erogati. Nei piccoli Comuni è consentito il ricorso alla rete telematica gestita dai concessionari della Agenzia delle dogane e dei monopoli per favorire il pagamento di imposte e tributi. Si riconosce anche ai piccoli Comuni la facoltà di stipulare apposite convenzioni, di intesa con le organizzazioni di categoria e con la società Poste Italiane Spa, perché pagamenti di imposte comunali e vaglia postali possano essere effettuati presso gli esercizi commerciali di comuni o frazioni non serviti dal servizio postale.
  6. Stampa quotidiana. La legge prevede che si promuova l’intesa tra Governo, Associazione nazionale dei comuni italiani (l’ANCI), Federazione italiana editori giornali e i rappresentanti delle agenzie di distribuzione della stampa quotidiana perché la vendita dei quotidiani sia assicurata anche nei piccoli comuni.
  7. Prodotti a chilometro zero. I piccoli Comuni potranno promuovere il consumo e la commercializzazione dei prodotti agroalimentari provenienti da filiera corta o a chilometro utile. Questi ultimi sono quelli il cui luogo di produzione, di coltivazione o di allevamento della materia prima sia situato entro 70 chilometri da quello di vendita e per i quali è dimostrato un limitato apporto delle emissioni inquinanti derivanti dal trasporto. Il testo prevede anche che i piccoli Comuni destinino specifiche aree per la realizzazione dei mercati agricoli per la vendita diretta.
  8. Promozione cinematografica. Si prevede che ogni anno il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, d’intesa con l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, le Regioni e le Film Commissions regionali, predisponga iniziative per la promozione cinematografica anche come mezzo per una valorizzazione turistica e culturale.
  9. Trasporti e istruzione nelle aree rurali e montane. La legge indica il piano per l’istruzione destinato alle aree rurali e montane che viene predisposto dal presidente del Consiglio, di concerto con il ministro dell’economia e previa intesa in Conferenza unificata. Il piano guarda in particolare al collegamento delle scuole poste in tali aree, all’informatizzazione e alla progressiva digitalizzazione delle attività didattiche e amministrative. Nell’ambito del piano generale dei trasporti e della logistica e dei documenti pluriennali di pianificazione, vanno individuate apposite azioni per le aree rurali e montane.
  10. Servizi. La legge prevede la facoltà di istituire, anche in forma associata, centri multifunzionali per fornire servizi anche in materia ambientale, sociale, energetica, scolastica, postale.

 

Proviamo a collocare questa legge in a Abruzzo. L’intero territorio abruzzese è caratterizzato da 305 comuni di cui solo 56 superano la soglia di 5000 abitanti. Gli altri 249 ne sono al di sotto, pari all’81,63 dei paesi (ricordo che il 70% è la media nazionale). La distribuzione provinciale dei piccoli borghi è la seguente:

 

L’Aquila   97/108 pari all’89,81%

Chieti       90/104 pari all’86,53%

Pescara    35/46   pari all’81,63%

Teramo    27/47   pari al  57,44%

 

Il dato è significativo. Ciò vuol dire che solo la provincia di Teramo è nettamente al di sotto della media nazionale. L’Aquila, Chieti, Pescara abbondantemente  al di sopra. Il borgo più piccolo della Provincia di Aquila è Carapelle Calvisio con 88 abitanti; di Chieti, Montelapiano con 83 abitanti; di Pescara, Corvara con 256 abitanti; di Teramo, Pietracamela con 271 abitanti.

A questo punto la domanda importante diventa la seguente: i comuni tra i quattromila e i cinquemila abitanti hanno le stesse esigenze dei borghi dai cento ai cinquecento abitanti? Verifichiamo la popolazione dei singoli comuni della Provincia di Chieti dai cinquemila residenti in giù sulla base dei dati ISTAT aggiornati al 1° gennaio 2017:

 

Cupello               4805

Miglianico          4803

Castel Frent.       4373

Paglieta               4331

Torrevecchia T.  4204

Tollo                   4124

Ripa T.                4083

 

Orsogna               3881

Scerni                   3259

Torino di S.          3143

Altino                   3082

Casalincontrada   3045

 

Crecchio                2861

Gissi                      2763

S.Eusanio del S.    2495

Monteodorisio       2483

Mozzagrogna         2417

Rocca S.Giovanni  2328

Pollutri                   2224

Archi                      2184

S.Maria Imbaro      2013

 

Fara Filiorum P.     1956

Tornareccio             1807

Castiglione M.M     1748

Frisa                         1737

Roccamontepiano    1672

Treglio                     1672

Vacri                        1662

Perano                      1608

Gessopalena             1406

Fara S. Martino        1399

Canosa  S.                1378

Palena                      1362

Villa S. Maria          1361

Torricella P.            1342

Roccaspinalveti       1312

Casacanditella         1307

Rapino                     1284

Lama dei P.             1250

Giuliano T.              1241

Roccascalegna         1195

Ari                            1147

Arielli                       1141

Pizzoferrato             1103

Palombaro               1006

 

Filetto                      964

Villalfonsina            957

Fresagrandinaria      956

Furci                        950

  1. Buono 948

Montazzoli              945

S.Martino sulla M. 938

Pretoro                    937

Palmoli                    934

Casalanguida          911

Celenza sul T.         900

Poggiofiorito          878

Civitella M. R.        832

Torrebruna              820

Schiavi d’A.            819

Quadri                     804

Bomba                    799

Liscia                      707

Lentella                   694

Montenerodomo      678

Carunchio                 628

Carpineto S.             597

Colledimezzo           492

Pennapiedimonte     464

Guilmi                      420

Tufillo                      404

Taranta P.                 367

Castelguidone          367

Dogliola                   358

Lettopalena              350

Borrello                    343

Civitaluparella         339

Fraine                      326

Gamberale               310

Pennadomo             272

Rosello                    233

Colledimacine         191

  1. Giovanni L. 176

Fallo                        141

Pietraferrazzana      137

Monteferrante         128

Roio del S.              104

Montebello sul S.     92

Montelapiano           83

 

I comuni tra gli ottanta abitanti e i duecento sono otto; tra i duecentouno e i mille abitanti, trentasette. Dai milleuno ai duemila, ventiquattro. Dai duemilauno ai tremila, nove. Dai tremilauno ai quattromila, cinque. Oltre i quattromila, sette. Nei fatti, una realtà molto variegata che va dal rischio estinzione alla crescita (come Cupello, Ripa T. ecc).  Mi chiedo: potrà, in qualche modo, l’uso della banda larga frenare l’abbandono di Montebello sul S. o di Montelapiano? (a titolo informativo, quest’ultimo risulta essere il 37° tra i borghi più minuscoli d’Italia).

Al contrario, un piccolo comune cui bisogna guardare è Castel del Giudice, in provincia di Isernia. Un borgo che ha bloccato a 350 residenti il decremento demografico negli ultimi sette anni (a partire dal censimento 2011). Ha già realizzato i punti previsti con gli interventi della «legge  Realacci»: albergo diffuso, un meleto bio, una Rsa che impiega cento dipendenti (ha anche attivato due tipologie di connessione internet Wireless ad alta velocità). Il lungo servizio a firma di Goffredo Buccini pubblicato dal «Corriere della Sera» il 19 settembre 2017 rivela la grande attenzione nazionale e internazionale sul modello di sviluppo virtuoso inaugurato da questo comune (in basso, l’articolo).

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Il tutto si basa sull’intelligenza amministrativa e di organizzazione comunitaria dei singoli comuni. In questa chiave va considerato l’uso della legge appena approvata.