TRE NOTICINE SUL CORSO DI FONETICA STORICA

di Luigi Murolo

 

Le tre noticine che seguono le ho redatte per un dibattito avviato da alcuni corrispondenti sul mio profilo facebook. Delineano in qualche modo le ragioni culturali che stanno alla base del mio corso di fonetica storica organizzato dalla Pro Loco di Vasto, Italia Nostra del Vastese con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura. Che devo dire! Una discussione molto articolata – aggiungo – che mi auguro possa continuare.

 

 

1.Come tutti sanno, non c’è alcuna relazione tra lingua letteraria, fonetica, fonetica storica. Io mi occupo solo di quest’ultima. Conosco la prima (ma solo tardo-ottocentesca e primo-novecentesca) solo per ragioni di documentazione diacronica sulle tipologie di scrittura fonetica e per il rapporto storico-antropologico che viene a delinearsi tra scrittura e oralità. Parlo solo di questi aspetti. Che sia chiaro: la parte cosiddetta “artistica” (soprattutto se contemporanea) è totalmente fuori da siffatti interessi.

Ribadisco il concetto. Mi occupo solo di storia della lingua. Lascio la letteratura agli storici del settore e ai critici letterari. Da ciò, ognuno può trarre le conseguenze che ritiene utili.

2.L’Alfabeto Fonetico Internazionale (AFI può essere utilizzato nella storia della lingua (nel caso specifico del dialetto) a una condizione: che sia identificabile l’evoluzione fonetica . Se io devo limitarmi alla semplice trascrizione dei foni enunciati dagli attuali locutori, posso tranquillamente scrivere la parola nuvola in questo modo: [‘nivl]. Se devo, però, indicare graficamente la storia della parola, il paradigma cambia radicalmente. Mi spiego. In un solo atto devo precisare che il lemma dialettale [‘nivl] derivi dal proparossitono latino nŭbilu(m). Che in sillaba aperta, l’ictus breve sulla ŭ, in dialetto si trasformi in í . Che si affermi il mutamento consonatico b > v. Che, sul piano prosodico, per mantenere la struttura sdrucciola latina della desinenza in – um accusativo devo utilizzare per forza la e muta ǝ. Che per tutte queste ragioni, il proparossitono latino nŭbilu(m) diventa in dialetto lo sdrucciolo [‘nívǝlǝ]. Per spiegare questo passaggio devo ricorrere a due segni non contemplati nell’AFI: í, ǝ. Da questo punto di vista, l’AFI esige delle aggiunte. Nel dialetto vastese, ad esempio, esistono quattro foni di a che devono essere necessariamente diversificati. Ecco perché devo ricorrere alla fonetica storica e caratterizzarli in questo modo: a, ä, å, ã. Come si può capire, in questo senso l’AFI è insufficiente. Spero di aver chiarito il problema.

3.Per quanto mi riguarda, il corso di fonetica storica (ribadisco, fonetica) che ho iniziato giovedì ha un solo scopo: cercare di capire i modi in cui i locutori della comunità, “nel corso del tempo”, hanno consegnato al lessico da loro parlato la memoria della città. Nel mio ultimo volumetto, ad esempio (Lessico perduto), ho cercato di sottolineare in un capitoletto come il diritto langobardo sopravviva nel dialetto vastese nel termine [mun’daṷnǝ] con il lemma giuridico mundualdo utilizzato dal notariato locale dei secc. XVI-XVIII per garantire la trasmissione maschile della patrimonialità ereditata dalla donna vedova o nubile. Per intenderci, uso la fonetica storica per cogliere l’aspetto antropologico della [‘lenga] locale. Va da sé che, in tale contesto, la fonetica storica assume un valore sostanziale. Tutto ciò che estraneo a tale interesse è collaterale, o al più esemplificativo. Ciò non vuol dire che io mi sottragga ai quesiti da posti. Anzi!

Bene. Come si può notare ho utilizzato la parentesi quadra della fonetica e non la barra della fonematica. Ciò vuol dire che sto parlando esclusivamente di foni, non di fonemi. Parlo di connotazione grafica dei quattro suoni della [a]: [a, å, ä, ã]. Da questo punto di vista non mi interessa affatto sapere che sono due i fonemi: la /å/ opposta al fonema /ọ/ oppure la /a/ variamente opposta ai fonemi /ȩ/, /ę/, /å/. Peraltro, mi sono divertito a identificarli. Ma ciò non ha alcun rilievo per i temi che affronto. Faccio presente che i grafemi fonetici da me usati e non presenti nell’AFI fanno parte della trascrizione fonetica della grande tradizione italiana di Graziadio Isaia Ascoli o di quella tedesca di Gerhard Rohlfs e della sua monumentale Grammatica storica della lingua e dei suoi dialetti. Aggiungo, tra l’altro, che gli studi sul campo di Rohlfs sul lavoro dei contadini nell’Italia meridionale durante gli anni Venti del Novecento hanno in Palmoli un riferimento fondamentale. Rispetto a questa località del Vastese, la recente pubblicazione (2014) del volume Gli Abruzzi dei contadini 1923-1930 costituisce un contributo inestimabile alla riflessione complessiva sul rapporto antropologia/fonetica storica.

Antropologia che, in ambito vastese, agli inizi del Settecento, troviamo nella lingua basso-mimetica del chierico Diego Maciano che, ad esempio, scrive un dialettale seggia derivato da un antico siēda(m) successivamente trasformato in [‘setǝ], sedia, oppure nell’uso di “Uiua” o “Uenne” (viva, venne), termini che in ambiente dialettale tardoseicentesco indicano ancora l’uso latino della vocale velare – u – prima della sua trasformazione nella labiodentale – v -. Questi sono gli aspetti che mi interessano. Che, in buona sostanza, costituiscono il punto di vista su cui ho impostato il mio piccolo corso di fonetica storica.

TRA CULTURA MATERIALE E STORIA: L’ECOMUSEO DI MACCHIA VALFORTORE

di Luigi Murolo

 

 

Collezionisti? Forse. In tal caso dovremmo limitarci a parlare di una semplice raccolta di oggetti della cultura materiale ordinati più o meno correttamente in un contesto mimetico tenuti insieme da procedure. Ma si tratta solo di questo oppure di un ritorno «alle cose stesse», vale a dire agli atti compiuti (pratiche, comportamenti, pensieri, sentimenti) per intrattenere rapporti con quelle «cose», con quel mondo d’antan nel tempo in cui lo si abita? Tutto questo intreccio di relazioni produce «ricerca di senso». Ed è questa «ricerca di senso» che affascina il visitatore quando si inoltra nel singolarissimo Ecomuseo dei coniugi Mariella Brindisi e Mario Mancini allocato in quel di Macchia Valfortore, piccolo borgo oggi molisano confinante con Capitanata (Puglia) e Campania con cui divide storia e cultura.

Già. Questo comune dà il nome a quella congiura che, nel 1701, aveva visto un gruppo di aristocratici del Viceregno napolitano – tra cui Cesare Michelangelo d’Avalos, marchese del Vasto – insorgere contro quegli stessi francesi che avevano ereditato da Carlo II di Spagna “lo Zoppo” la realtà statuale meridionale (la scelta filoasburgica di questa frazione della nobiltà partenopea avrebbe condotto nel 1707 all’instaurazione a Napoli del Viceregno austriaco durato fino al 1734 e dall’anno successivo tornato nuovamente Regno con Carlo III di Borbone). Che dire! Un fatto sicuramente importante per un centro oggi di 600 abitanti collocato in un ambito internazionale di ancien régime che torna in quelle pagine latine del De coniuratione partenopea, aureo libretto in prosa di Giambattista Vico pubblicato postumo nel 1835. Un mondo che, in tale circostanza, mi piace solo incidentalmente annotare proprio perché del tutto estraneo all’altro di cui intendo qui velocemente discutere.

Innanzitutto l’intitolazione della raccolta. Un neologismo che racchiude in sé il significato greco di οἶκος (òikos) “casa”, “famiglia”: ecomuseo. Che cosa vuol dire? Forse Museo della «casa» in quanto ricostruzione di tipologie abitative di storia materiale e degli utensili di vita quotidiana e produttiva in essa conservati? Certamente, sì. Ma c’è qualcosa che rende questo organismo unico e originale nel suo genere. In effetti, la raccolta di cui sto parlando non costituisce una struttura “altra” o diversa dalla casa in cui i suoi autori dimorano. Anzi, coincide con la stessa abitazione in cui vivono. A dimostrazione del fatto che essa si realizza davvero come «casa della vita», volendo mutuare un’espressione preraffaellitica cara alla penna di Dante Gabriel Rossetti. Per una singolare congerie di circostanze, una dependence di questo luogo della memoria è diventato set per un documentario su Charles Moulin (1869-1960), il pittore di Lille amico di Matisse e Rouault che aveva scelto di vivere da eremita in un rifugio da lui stesso costruito sulla vetta del monte Marrone nel gruppo delle Mainarde. Lo stile di vita prediletto dal maître de peinture ha trovato una coerente rappresentazione in questo basso da tholos di montagna che rende evidente, tra l’altro, le condizioni di esistenza tra Otto e Novecento degli uomini singoli privi di sostentamento: vecchi, senza famiglia, vedovi ecc. (fig. 1).

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Fig. 1

E gli strumenti della tradizione musicale popolare? Qui lo stupore diventa sovrano. Mi spiego. Dopo l’ingresso nella falegnameria di metà Novecento (dove spicca la travanëllǝ, una sega che taglia il tronco nel verso della verticalità rispetto al taglio orizzontale della śtrungaturǝ) si incontra una sorta di appenditoio da cucina per stracci (anch’esso disposto verticalmente) ricolmo di tamburelli. Si penserà: decorativi. Più avanti, tra i sali- e -scendi del tortuoso itinerario espositivo, adagiata sulla parete di un muro una chitarra popolare del Gargano fa bella mostra di sé nella sala che Mariella Brindisi chiama dei «segni preterintenzionali». Qui si può osservare la presenza di un chitarrino battente (a dodici corde) di liuteria cerignolese rinvenuto a Macchia che, dal punto di vista dell’esecuzione musicale, fa il paio con i tamburelli di cui si è dato precedentemente conto. C’è da aggiungere, inoltre, che l’ing. Mario Mancini di Arona (felicemente residente a Macchia), è un eccellente costruttore di tamburi a cornice (utilizzati fin dai tempi dell’antico ballo cinquecentesco di Sfessania, base delle tarantelle e delle pizziche tarantate) e di chitarre battenti a fondo piatto. L’intreccio indissolubile di musealità, organologia, etnomusicologia hanno consentito alla straordinaria coppia di coniugi macchiarola di restituire l’intero percorso della materialità musicale. Quasi non bastasse, il significativo archivio sonoro messo insieme nel corso degli anni ha aperto uno squarcio documentale sulle esperienze di raccolta sul campo di testimonianze della cultura orale: canti popolari, storie di vita, interviste ecc. (un materiale ex-novo da aggiungere alle pionieristiche registrazioni di Alan Lomax nell’Italia meridionale condotte tra il 1953 e il 1954, oggi fortunatamente disponibili su You Tube). Dulcis in fundo, l’esecuzione. Mariella Brindisi (chitarra battente) e Mario Mancini (tamburello) come Musicanti della memoria (fig. 2) hanno reso possibile l’ascolto del patrimonio etnomusicologico da loro raccolto.

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Fig. 2: Mariella Brindisi e Mario Mancini in una performance al Festival della Zampogna di Scapoli, 2009 (da “Utriculus”, n. 47, 2014)

Un’ulteriore breve considerazione, intanto, sui già citati «segni preterintenzionali» con cui gli autori del museo intendono arnesi interessati da mutamenti accidentali sopravvenuti rispetto alla iniziale funzione. Più che di interpretazione semiotica strictu senso, parlerei di oggetti trasformati dagli effetti dell’uso continuativo determinanti forme casuali e involontarie sottratte a ogni tipo di progettualità. Da tale punto di vista si presentano come scarti di un percorso d’uso con un significato che non può essere diverso da ciò che è: scarto, scoria, per l’appunto. In questa accettazione nichilistica dell’essente ha poca importanza sapere se a ciò cui ci riferiamo altro non costituisce la tavola su cui il vecchio artigiano sgrossava il legno per la costruzione delle zampogne (fig. 3). Sappiamo solo che è un rifiuto capace di sollecitare la nostra attenzione. In tale prospettiva, il segno di cui si sta qui parlando è ciò che è capace di suscitare la nostra risposta, di là dal contenuto originariamente espresso.

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Fig. 3: Tavola per la sgrossatura del legno per zampogne

In una pagina de Il Fuoco Gabriele D’Annunzio sottolinea come «[…] i discepoli del Vinci erano dal maestro consigliati di guardare nelle macchie dei muri, nella cenere del fuoco, nei nuvoli, nei fanghi e in altri simili luoghi per trovarvi “mirabilissime invenzioni” e “infinite cose”». Proprio l’operazione che Mariella ama compiere. A riconferma e precisazione di questo punto di vista, vale la penna ascoltare l’altro aforisma del D’Annunzio melanconico in quel topos del Libro segreto che testualmente recita: «I rifiuti della vita, i frammenti di utensili, le scorie – un pezzo di ferro, un chiodo torto, una scheggia, un truciolo, un pezzo di fune, una scatola di latta vuota. Tutto parla, tutto è segno per chi sa leggere».

Dal rifiuto al recupero il passo è breve. Mariella e Mario stanno avviando una storia di quest’ultimo aspetto sottolineando la straordinaria capacità della cultura materiale nel riuso. Dai sacchi del lontano Piano Marshall (fig. 4) per la ripresa europea (European Recovery Program, 1946) utilizzati per la realizzazione di una camicia da notte (fig. 5) alla tendina antispiriti fatta con tappi di bottiglia (fig. 6), un lungo itinerario di strategie del risparmio giunge alla vista di una società usa-e-getta sommersa dalla spazzatura e perfino incapace di attuare la raccolta differenziata.

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Fig. 4: Sacco del piano Marshall
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Fig. 5: Camicia da notte realizzata con sacchi del Piano Marshall
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Fig. 6: Tendina “antispiriti” realizzata con tappi di bottiglia

L’Ecomuseo di Macchia Valfortore è tutto questo e molto di più. Da tale punto di vista torna utile limitarsi solo a qualche notoletta alla buona per lasciare al visitatore interessato il gusto della scoperta. Capire, tra l’altro, come il rapporto con l’antico si coniuga con l’analisi sismologica dei terremoti e con l’osservazione astronomica (forse a non tutti è chiaro che abbiamo dimenticato il tempo qualitativo della vita e dell’agricoltura). In questa magica scatola di memoria e tecnologia, l’infinitamente piccolo della comunità ci consegna una riflessione sintetizzabile in queste parole di Walter Benjamin cui tutti dovremmo sforzarci di tendere l’orecchio: «C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra [perché] il cronista che enumera gli avvenimenti senza distinguere tra i piccoli e i grandi, tiene conto della verità che nulla di tutto ciò che si è verificato va dato perduto per la storia».

DUE O TRE COSE SU PUNTA PENNA

di Luigi Murolo

 

Non sono il primo, né sarò l’ultimo a porre la domanda che segue. Ma metterla nero su bianco significa quanto meno lasciare una traccia. Per tale ragione, ad futuram rei memoriam, ritengo importante porre questo interrogativo: perché dopo la promulgazione della legge costituzionale 3/2001 che prevedeva l’istituzione degli statuti degli Enti locali, tutti i consigli comunali che, da quella data in poi, si sono susseguiti nell’ amministrazione di Vasto non hanno mai provveduto a applicare il regolamento attuativo di quel Referendum consultivo già contemplato dallo Statuto della città? Come tutti sanno, gli effetti della consultazione popolare prodotti da questa tipologia referendaria non sono vincolanti per l’amministrazione in carica. A quest’ultima è data la facoltà di accettare o meno il parere espresso dai cittadini. Stando così le cose, perché non viene offerta ai residenti l’opportunità di levare alta la voce sui grandi problemi che investono la città? Ciò vuol dire che, una volta reso efficace il referendum consultivo, i cittadini potranno solo esprimere un punto di vista maggioritario (favorevole o contrario) circa l’utilità economica e sociale dell’area industriale a Punta Penna. Perché, dunque, non ascoltare l’opinione della comunità? Quale potrebbe essere il motivo ostativo se è vero che la parola ultima, il potere decisionale, resta sempre e comunque nelle mani dell’amministrazione in carica?

Una verifica, insomma. Una semplice verifica. In ogni caso, di grande interesse per cogliere gli interessi e gli umori della cittadinanza. Ora che anche la ZES è in ballo – di là dalle singole vicende di specifici insediamenti (cementificio, biodiesel ecc.) – ciò che conta è la visione complessiva di Vasto nei confronti di se stessa e del territorio di cui è maxima pars (non dimentichiamo che, al 2017, la città conta 41409 ab. rispetto ai 35081 di Lanciano e ai 23177 di Ortona. E Vasto è l’unico centro in Provincia di Chieti di tali dimensioni in crescita malgrado l’assenza di una rilevante attività industriale!). Ma nessuno conosce le ipotesi previste dalla Regione Abruzzo, ben sapendo che dovrebbero essere approvate entro aprile, a meno di eventuali proroghe. È possibile che ci si trovi in una situazione di questo tipo? Tanto per non fare esempi, la regione Campania, fin dal dicembre 2016 (quindici mesi fa!), ha reso disponibile sul web un documento di base di 42 pagine dal titolo Proposta di individuazione di una zona economica speciale in regione Campania (è sufficiente digitare “zes Campania” per scaricare il PDF). Qual è il motivo di tale ritardo? Di che cosa si sta parlando? Esistono le possibilità di eventuali proposte alternative qualora ce ne fosse bisogno? Ripeto. I comuni cittadini come me non dispongono di alcuna informazione. Mi chiedo: perché in Campania da quindici mesi disponiamo di notizie e in Abruzzo no?

Lascio ai miei pochi lettori trarre le conclusioni. Per quanto mi riguarda, ritengo che l’unica ipotesi oggi da tenere in considerazione sia quella relativa al referendum consultivo.

CAUCHEMAR: L’INCUBO DELLA ZES!

di Luigi Murolo

 

Di una cosa si può essere certi. L’istituzione di una zona franca come la ZES segna in modo inequivocabile il fallimento delle politiche economiche regionale e il ritorno in pompa magna del centralismo statale – ma questa volta su concessione europea – nelle economie del Mezzogiorno d’Italia. Altro che governance (sulla quale si sono consumati fiumi di inchiostro). Ma un banale atto di governement (ciò che in italiano si dice centralismo) che mette la parola fine all’equivoco sulla capacità politica delle cosiddette classi dirigenti locali. Ma ve l’immaginate? Si è discusso dell’arretramento della SS 16, quando già i governanti regionali stavano affrontando la centralità dei porti nella zona franca. Ma diamine! L’intermodalità del porto di Vasto con l’A14 e con l’area industriale della Val Sinello non presuppone la direttrice  torrente  Cena per  garantire il collegamento con l’area industriale del Trigno? C’è forse bisogno di qualche scienziato per capire che, nel momento in cui riferimento della ZES diventa il porto Punta Penna, le vie di collegamento  hanno in questo sito il proprio snodo? Mi chiedo: quando l’Arap (agenzia regionale attività produttive) dovrà provvedere – entro Aprile (!) – a  perimetrare i siti che entreranno a far parte della nuova superficie industriale le aree portuali e retroportuali (si noti bene: retroportuali!), non dovrà forse  considerare decisivo il percorso del torrente Cena? E dico ancora: quale fiducia si può avere di una regione che, dopo aver strillato per ottenere la ZES, non conosce nemmeno i percorsi viari? In contemporanea, per un verso si discute di collegamento con la marina di Vasto e per l’altro si richiede uno spazio industriale con polarità Punta Penna e l’autostrada. Una follia!

E poi che cosa si può dire di classi dirigenti che, dopo aver favoleggiato di parchi, di trabocchi, piste ciclabili e non so bene di che cos’altro, tutte insieme appassionatamente si fregiano di aver ottenuto cotanto risultato. E così, per aziende che, dopo sette anni possono delocalizzare, impegnano una superficie di 1702 ha (17 kmq. Pari all’estensione di un comune come S. Salvo di 19,7 kmq.) Ma stiamo scherzando? Magari ospitando nuovi depositi di stoccaggio di rifiuti di amianto come a Ortona che, dopo la colmatura, viaggeranno verso Rocca S. Giovanni.  Davvero ospitale e accogliente la Costa Teatina.  Stiamo parlando di quella zona che sarebbe dovuta diventare un Parco con tanti trabocchi. Più che di trabocchi, parlerei di trabocchetti. Questi sì, regalati a dismisura. Come «i pesciolini e i tanti fiorellini di lillà» di cui parlava in tempi remoti quell’innocua canzoncina dal titolo La casetta in Canadà che oggi tornerà in auge soprattutto dopo il trattato CETA (acronimo di Comprehensive Economic and Trade Agreement) tra Canada e UE siglato in forma provvisoria il 21 settembre 2017. Tenendo conto delle belle parole leggibili sul Web, una volta applicato, l’accordo economico offrirà alle imprese europee nuove e migliori opportunità commerciali in Canada e sosterrà la creazione di posti di lavoro in Europa. Perché questo riferimento? Sarà certamente un caso, ma dopo tale accordo, anche se utilizzate in Cina e in Polonia, la realizzazione delle ZES ha subito una forte accelerazione nel Mezzogiorno d’Italia.

E il rapporto con le aree protette?  Non ci sono problemi. Già si conosce il mantra: la ZES potrà tranquillamente convivere con l’ambiente. A tal proposito mi piace ricordare en passant le dichiarazioni di quel tale che procedeva a analoghe dichiarazioni quando, nel 1982, il IV PEN (piano energetico nazionale) prevedeva l’installazione di una centrale a carbone con quattro unità produttive da 640 Mw ciascuna. Era quello il periodo in cui Italia Nostra (e successivamente il WWF) si battevano per l’istituzione di una riserva (chiamata allora “speciale”) per Punta d’Erce (senza dimenticare, qualche anno più tardi la battaglia contro quell’azienda che voleva costruire un porticciolo alle Libertine, nelle prossimità di Punta d’Erce). Va da sé che con una centrale a carbone da 2560 Mw si sarebbe potuta realizzare un’area di riserva molto ma molto speciale destinata a ospitare alti cipressi con tantissime belle croci di marmo.

Che  posso dire. Non ho mai creduto alla possibilità di istituire parchi, aree verdi, di riserva in quanto elementi strutturali e connotativi di un ambiente. Non ci ho mai creduto per la semplice ragione che le pratiche di governamentalità  prodotte delle classi dirigenti locali sono sempre rimaste interne al paradigma fordista della fabbrica.  E malgrado le crisi ricorrenti che hanno investito le aziende manifatturiere – penso, ad esempio, a quelle della Val Sinello – tutti hanno fatto finta di non capire che quel modello di industrializzazione è già da tempo fuori mercato, dato che il profitto di impresa si determina sulla riduzione del costo del lavoro. Che lo si voglia o meno, la delocalizzazione è il destino implicito in questa tipologia di impresa. Con la globalizzazione, sempre interessata a trovare non-luoghi buoni solo per il reperimento di forza-lavoro  in svendita.

La politica cerchiobottista della regione ha sempre cercato di mantenere in piedi il doppio  registro dell’ambiente e dell’industria. Da un lato, le mirabolanti proposte di una costa preservata, e dall’altro con  la combinazione di porto e industria così come aveva voluto Enrico Mattei nel 1964 con la costituzione del Nucleo Industriale del Vastese con sede a Vasto in via Silvio Pellico, n. 10. Certo, allora si seguiva il modello neokeynesiano dello sviluppo cumulativo e, segnatamente, la teoria dei poli di sviluppo elaborata da François Perroux e fondata sulla capacità di trascinamento delle economie di scala. Su questa visione della croissance si innestava il IV PEN, ideato per la produzione nazionale di energia. Che, in ogni caso, nulla aveva da dividere con i poli di sviluppo ma che di questi si limitava (!) a utilizzare le aree industriali nelle prossimità di porti (chissà come sarebbe stato nero il porto carbonifero di Vasto!). Vedete. Allora era possibile sostenere battaglie ambientaliste: di fronte c’erano istituzioni nazionali che dovevano rispondere alle richieste di cittadini. Ma come si fa oggi a poter tentare strade di questo genere quando si hanno davanti forze senza volto e senza identità?

Già. Per le cosiddette forze politiche si tratta sempre di mantenere una via d’uscita (l’industria) giocando, come un tempo, sui posti di lavoro. Ma direi che, se sono stati brave a chiudere il COTIR (quanti ettari di terra sono stati immobilizzati per una struttura destinata alla chiusura?), non danno alcuna fiducia soprattutto quando puntano sull’istituzionalizzazione di zone franche come la ZES. Faccio notare una sola cosa. Che dall’iniziale assenza dell’Abruzzo in tale contesto si è passato in una prima stesura con 986 ha fino all’ultima di 1702 ha con l’aggiunta di Termoli e dei suoi 516 ha pari a 5 kmq. L’inzessamento (bel neologismo) del nostro Adriatico è un fatto compiuto. Si tratta ora di lanciare, come obiettivo minimo, la sfida sulla perimetrazione e di puntare sulla minima di 650 ettari. L’invito è rivolto non solo agli ambientalisti ma alle amministrazioni dei comuni che insistono sulla fantomatica costa dei trabocchi. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità.

ZES NELL’AREA INDUSTRIALE DI PUNTA PENNA!

di Luigi Murolo

 

Che cosa accadrà dell’Area di Riserva di Punta d’Erce ora che è stata approvata l’istituzione della Zes (zona economica speciale) Ortona-Vasto in accordo con Termoli? Sentiremo la solita storia: possono convivere. Una musica eseguita dalle sirene che, in una sorta di recitar cantando, dice: posti di lavoro, semplificazioni burocratiche, finanziamenti. Insomma, un nuovo Eldorado in cui già si può prevedere che cosa accadrà con l’applicazione delle cosiddette “semplificazioni burocratiche”. Evviva!

L’area industriale, così produttiva in cinquant’anni di istituzione, avrà finalmente una nuova primavera con livelli occupazionali mai visti, con aziende eco-compatibili dalle quali ci attendiamo tanta comprensione. Pianteranno tanti fiorellini – pare crisantemi – che in Giappone sono piante ornamentali. E i giapponesi, come i cinesi, vanno sempre cercando zone rispettose dell’ambiente.

Pongo all’attenzione dei miei pochi lettori il significato della ZES (interventi reperibili sul WEB. Quello che pubblico è ripreso da “Affari e finanze” in cui non si parla ancora di Abruzzo e Molise). Il secondo testo, è un comunicato stampa del Ministero dei Lavori Pubblici.

 

  1. ZES Zone economiche speciali: di cosa si tratta?

Requisiti e benefici previsti per le nuove ZES “zone economiche speciali” per lo sviluppo del Sud, con il Decreto Sud, DL. n. 91 2017.

Il D.L. 91/2017 ,  cd. Decreto Sud, recentemente entrato in vigore, è dedicato a un nuovo piano per favorire la crescita economica nelle aree del Mezzogiorno, e    introduce a questo fine due misure principali : 1) la misura denominata Resto al Sud per l’imprenditoria giovanile  2) il nuovo concetto di Zona economica speciale, c.d. ZES,  già diffuse all’estero , che individua zone del paese  collegate ad una area portuale, destinatarie  di  importanti benefici fiscali e semplificazioni amministrative, che consentano lo sviluppo di imprese già insediate e che si insedieranno, attraendo anche investimenti esteri.  La ZES piu famosa e sviluppata , ad esempio, è Dubai.

Le principali caratteristiche  di una ZES sono:

  •  deve essere istituita all’interno dei confini statali, in una zona geografica chiaramente delimitata e identificata.
  •  può essere composta anche da aree territoriali non direttamente adiacenti, purché abbiano un nesso economico funzionate .
  •  deve comprendere un’area portuale, collegata alla rete transeuropea dei trasporti (TEN- T), con le caratteristiche stabilite dal regola-mento (UE) n. 1315/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2013.

I benefici previsti comprendono agevolazioni fiscali e semplificazioni degli adempimenti, sia  per le nuove imprese che  per quelle già esistenti nella ZES: E’ prevista inoltre l’applicazione ,  in relazione agli investimenti effettuati nella ZES, del  credito d’imposta di cui all’articolo 1, commi 98 e seguenti, della legge 2015,  commisurato alla quota del costo complessivo dei beni acquisiti, entro il 31 dicembre 2020, nel limite massimo, per ciascun progetto d’investimento, di 50 milioni di euro.

Il decreto Sud prevede di crearne almeno cinque in altrettante Regioni meridionali (Calabria, Campania, Sicilia, Basilicata e Puglia)*.  Si parla principalmente delle aree di Gioia Tauro, Napoli-Salerno,  Bari, Taranto. A questo fine sono già stanziati circa 200 milioni di euro, da utilizzare  tra il 2018 e il 2020 .

Le condizioni per il riconoscimento delle agevolazioni  sono principalmente due:

  • le imprese devono mantenere le attività nella ZES per almeno cinque anni successivi al completamento dell’investimento oggetto delle agevolazioni, pena la revoca dei benefici concessi e goduti, e
  • non devono essere in liquidazione o in fase di  scioglimento.

Ciascuna ZES sarà istituita con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da adottare su proposta  del Ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle  finanze, su proposta della regione interessata, corredata da un piano di sviluppo strategico. La regione formula la proposta di istituzione della ZES, indicando le caratteristiche dell’area identificata.  Il soggetto per la gestione dell’area ZES  sarà un Comitato di indirizzo composto dal  Presidente dell’Autorità Portuale, che lo presiede, da un rappresentante della Regione e da un  rappresentante della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ai membri del Comitato non spetta alcun  compenso o indennità di carica. Il Comitato di indirizzo si avvale del Segretario Generale dell’Autorità  portuale per l’esercizio delle funzioni amministrative. Il soggetto gestore deve assicurare, in particolare: – gli strumenti che garantiscano la piena operatività delle aziende presenti nella ZES; – l’utilizzo di servizi sia economici che tecnologici nell’ambito ZES; – l’accesso alle prestazioni di servizi da parte di terzi. Il soggetto gestore potrà  anche autorizzare la stipula di accordi o convenzioni con banche ed intermediari finanziari.

 

*In seguito sono stati aggiunti Abruzzo e Molise.

 

Sulla Gazzetta ufficiale n. 47 del 26 febbraio 2018 è stato pubblicato il Decreto del Presidente del Consiglio 25 gennaio 2018. n. 12 recante “Regolamento recante istituzione di Zone economiche speciali (ZES)”. Si parla di Zone economiche speciali (ZES) nel Capo II (artt. 4 e 5) del decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91 convertito dalla legge 3 agosto 2017, n. 123 in cui al comma 3 dell’articolo 4 è specificato che con Decreto del Presidente del Consiglio da adottare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del provvedimento saranno definite le modalità per l’istituzione di una ZES, la sua durata, i Criteri generali per l’identificazione e la delimitazione dell’area nonché i criteri che ne disciplinano l’accesso e le condizioni speciali di cui all’articolo 5 nonché il coordinamento generale degli obiettivi di sviluppo.

Le ZES saranno concentrate nelle aree portuali e nelle aree ad esse economicamente collegate. Lo scopo è di sperimentare nuove forme di governo economico di aree concentrate, nelle quali le procedure amministrative e le procedure di accesso alle infrastrutture per le imprese, che operano o che si insedieranno all’interno delle aree, siano coordinate da un soggetto gestore in rappresentanza dell’Amministrazione centrale, della Regione interessata e della relativa Autorità portuale, al fine di consentire una progettualità integrata di sviluppo della ZES, con l’obiettivo di rilanciare la competitività dei porti delle regioni meridionali. Allo stesso scopo, le ZES saranno dotate di agevolazioni fiscali aggiuntive, rispetto al regime ordinario del credito d’imposta al sud. In particolare, oltre agli investimenti delle PMI, saranno eleggibili per il credito d’imposta investimenti fino a 50 milioni di euro, di dimensioni sufficienti ad attrarre player internazionali di grandi dimensioni e di strategica importanza per il trasporto marittimo e la movimentazione delle merci nei porti del Mezzogiorno. Le ZES saranno attivate su richiesta delle regioni meridionali interessate, previo adeguato progetto di sviluppo, e queste ultime saranno pienamente coinvolte nel loro processo di istituzione e nella loro governance.

Con qualche mese di ritardo arriva adesso il Regolamento che è in vigore da oggi e che è costituito dai seguenti articoli:

  • art. 1 – Definizioni
  • art. 2 – Finalità
  • art. 3 – Requisiti della ZES
  • art. 4 – Requisiti della ZES interregionale
  • art. 5 – Proposta di istituzione
  • art. 6 – Requisiti delle proposte e Piano di sviluppo strategico
  • art. 7 – Istituzione della ZES
  • art. 8 – Compiti del Comitato di indirizzo
  • art. 9 – Attività di controllo e monitoraggio
  • art. 10 – Entrata in vigore

Al decreto è poi aggiunto un allegato che contiene i Valori massimi di superficie ZES per ciascuna regione. Le superfici più grandi di ZES realizzabile sono in Sicilia con 5.580 ettari e la Campania con 5.467 ettari.

Le proposte di istituzione di una ZES devono essere presentate, nel rispetto della disciplina europea in materia di aiuti di Stato, secondo le forme stabilite dai rispettivi ordinamenti regionali, al Presidente del Consiglio dei ministri, dal presidente della regione, sentiti i sindaci delle aree interessate, nel rispetto dei requisiti di cui agli articoli 3 e 6 del Regolamento di cui al DPCM n. 12/2018.

A cura di Redazione LavoriPubblici.it

A MIO PADRE, PER IL SUO GENETLIACO. VENT’ANNI DOPO

 

di Luigi Murolo

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                                                                          Gaetano Murolo                                                                                                                  (Vasto, 22 febbraio 1917-13 giugno 1996)

 

Il 22 febbraio 1917, centouno anni fa, nasceva a Vasto Gaetano Murolo, mio padre. Questo suo ritratto da giovane l’ho scoperto solo dopo la sua scomparsa in un piccolo scrigno gelosamente custodito in un cassetto del suo comodino. Sul retro, una dedica che mi ha commosso fino alle lacrime. E’ un segreto che ho condiviso solo con mamma e che porterò con me fino alla tomba.

Nulla da aggiungere e nulla da levare. Solo una poesia di Alfonso Gatto che ho letto a me stesso mentre il suo corpo ancora integro veniva per sempre sottratto alla mia vista. Mi è dolce ricordarla oggi, quando anche la mia vita comincia a volgere al tramonto.

 

 

A mio padre

Se mi tornassi questa sera accanto

lungo la via dove scende l’ombra

azzurra già che sembra primavera,

per dirti quanto è buio il mondo e come

ai nostri sogni in libertà s’accenda

di speranze di poveri di cielo

io troverei un pianto da bambino

e gli occhi aperti di sorriso, neri

neri come le rondini del mare.

 

Mi basterebbe che tu fossi vivo,

un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.

 

PUNTA D’ERCE: SOMMESSA CONSIDERAZIONE DI UN CITTADINO

 

di Luigi Murolo

 

Punta d’Erce è una Riserva naturale regionale d’Italia. E come tale va tutelata con una fruizione limitatissima. Non so se sono stati fatti studi per stabilire il carico massimo di sopportabilità antropica. Se non sono stati prodotti è bene che  siano realizzati al più presto. Dobbiamo cancellare dal nostro orizzonte culturale l’equazione riserva=turismo. Non essendo riserva integrale, ma solo protetta, può essere frequentata e, di conseguenza, fruita con limiti rigorosamente prefissati.

Una cosa dobbiamo ricordare. «Il concetto di bene ambientale, è costituito non dalla somma di singole cose unitarie, ma da un valore di interesse pubblico che accomuna le cose stesse in un unico complesso. La politica di protezione quindi deve stabilire quali attività umane vadano escluse, in quanto incompatibili con gli obiettivi di interesse pubblico collettivo alla conservazione e al potenziamento del bene ambientale». Da ciò deriva che dobbiamo parlare di potenziamento del bene ambientale, non di valorizzazione (il cui equivalente semantico è quello di “mercificazione”).

Secondo la definizione proposta dalla IUCN (International Union for the Conservation of Nature) nel 1992, l’area protetta è da considerare un «lembo di territorio, più o meno esteso, dove trovano applicazione orientamenti, indirizzi e regole per un uso dell’ambiente da parte dell’uomo che consenta di conservare e/o di sperimentare metodi, forme e tecnologie adatte a gestire in modo equilibrato con le altre specie viventi (vegetali e animali) le risorse del pianeta».

Sui siti web troviamo la seguente classificazione del Sic (Sito di interesse comunitario) di d’Erce:

 

Tipi di habitat protetti in base all’ Allegato I della Direttiva 79/409/CEE:

FAUNA

Uccelli elencati nell’ Allegato 1 della Direttiva 79/409/CEE

Uccelli non elencati nell’ Allegato 1 della Direttiva 79/409/CEE

  • Charadrius alexandrinus, Fratino

Anfibi e rettili elencati nell’Allegato II della Direttiva 92/43/CEE

  • 1279 Elaphe quatuorlineata, Cervone

Pesci elencati nell’Allegato II della Direttiva 92/43/CEE

Invertebrati

Specie importanti di FLORA

Qualità e importanza: Il sito costituisce uno dei rari tratti costieri abruzzesi che ha mantenuto formazioni dunali. Ha valore paesaggistico per l’esistenza di scogliere assai rare sulla costa abruzzese. Le fitocenosi e le specie vegetali sono residuali ed in pericolo di scomparsa. Il sito ha perciò un elevato valore ambientale per la rarità delle specie e degli habitat e costituisce un riferimento didattico per lo studio di comunità costiere abruzzesi.

Vulnerabilità: Sito fortemente vulnerabile, minacciato da infrastrutture turistiche, eccessiva viabilità e ruderalizzazione della flora.

 

Aspetto importante è la vulnerabilità dell’area. Che è data non solo dalla minaccia di infrastrutture turistiche ma dall’eccessivo uso della spiaggia libera. Non dimentichiamolo mai. Il limite, l’equilibrio sono le condizioni stesse dell’esistenza di un habitat. Dunque, cominciamo a parlare di potenziamento del bene ambientale, non della sua valorizzazione.