QUODLIBET SUL CULTO VASTESE DI S. NICOLA

di Luigi Murolo

Alcuni amici di Facebook mi hanno richiesto notizie sulla festa di S. Nicola di Bari in città. Mi auguro di fare cosa gradita con la seguente risposta.

 

Il primo dato da affrontare è quello relativo al luogo di culto sintetizzabile in questi termini. E cioè, che pur, essendo esistita all’interno del centro antico di Vasto una chiesa intitolata a S. Nicola dei Guarlasi (poi a S. Maria del monte Carmelo), essa non ha mai avuto relazione con gli abitatori autoctoni. Fin dall’istituzione del consolato raguseo in città nel 1523, è stata sede religiosa della ricca comunità mercantile transadriatica qui allocata. Ora, se la festività del santo era patrimonio cultuale dei semplici domiciliati – vale a dire degli stranieri dell’altra sponda –, non lo stesso si può dire per i residenti (la figurazione bizantineggiante del Nicola di Cona di mare è in posizione laterale e sussidiaria rispetto alla tipologia odeigitria della Theotokós vastese). In effetti, l’elenco delle festività da celebrare riportato dagli Statuti comunali di Vasto di metà Cinquecento (I,2; il secondo capitolo del primo libro dal titolo De festiuitatibus celebrandis), non restituisce alcun riferimento al vescovo di Mira (in effetti, oltre alle domeniche e alle feste in onore del Cristo e della Madonna, risulta documentata la venerazione civile e religiosa solo per «Sancto Laurentio, Santo Augustino (…) Santo Matheo,  Sancto Joannj, Sancto Marcho, Santo Angelo de Septenbro [S. Michele], Sancto Stefano, Santo Honofrio, Sancto Rocho, Santo Sebastiano, Sancto Leonardo, Santo Thomasi de Aquino, Santo Nicola da Tollentino»).Tra le ottantasei festività religiose attestate nel documento, l’unica menzione per un Nicola è quella relativa al santo agostiniano Nicola da Tolentino canonizzato nel 1446 e venerato nella chiesa di S. Agostino (oggi S. Giuseppe) di cui esisteva una cappella fino al 1890. Da ciò si evince che risulta posteriore alla metà del XVI secolo il culto per il Nicola baresano se è vero che, stando alla testimonianza dello storico Nicola Alfonso Viti (1600-1649), due cappelle rurali intitolate al suo nome risultavano attive nel Vasto del 1644: s. Nicola della Meta, s. Nicola di Torricella.

Dal punto di vista cultuale, la menzione del pellegrinaggio vastese più antico fino a oggi conosciuto al Santo di Bari si deve alla penna di Diego Maciano nel colportage da lui compilato tra il 1700 e il 1729. Qui l’autore spiega le ragioni del viaggio iniziato il 27 aprile 1714: la confraternita del Carmine si reca a Bari per adempiere al voto sulla guarigione della marchesa del Vasto Ippolita d’Avalos in quel periodo ancora impossibilitata perché convalescente (voto definitivamente sciolto l’anno successivo con un sontuoso viaggio calessato, non a piedi). La lista dei partecipanti all’iniziativa di ringraziamento, redatta sempre dallo stesso Maciano il 26 aprile 1714, veniva annotata sul retro dell’anteporta di un cabreo recentemente scoperto da Paolo Calvano e pubblicato su questo stesso blog il 19 giugno 2017 (Sulla strada di S. Nicola: il 1714 e la via nicolaiana dei vastesi).

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La lista dei partecipanti al pellegrinaggio del 1714

Come si può osservare, in assenza di una cultualità autoctona, il pellegrinaggio “popolare” nasce come servizio religioso ai signori del luogo. La stessa presenza di ben sei presbiteri (Diego Maciano, Francesco Gatta, Giuseppe Cacciuni, Gio.Carlo Pettine, Giuseppe Impastari, Giacinto Oliuij) avrebbe contributo alla diffusione cittadina della devozione. Al punto che lo stesso nipote di don Giacinto Oliuij, Francesco Oliuij Leone (lo stesso autore dell’Inno alla Sacra Spina in latino) avrebbe composto il testo con una versificazione di facilissima memorizzazione (quartine di settenari piani con settenari tronchi e un solo settenario sdrucciolo) di cui non è pervenuta la partitura musicale. Il brano, rimasto inedito (trascritto a mano dallo storico ottocentesco Luigi Marchesani insieme con tutta la pia guida dei canti laudatori in italiano del Leone, in due volumetti in-24°, dal titolo Parafrasi, ed Inni sagri). Alle pp. 63-66 della seconda parte è contenuto l’Inno a S. Nicola di Bari che riproduco tanto in trascrizione ottocentesca quanto in carattere corsivo times new roman.

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Il testo dell’Inno a S. Nicola di Bari

A  San Nicola di Bari (trascrizione)

 

Se vide il cieco, il zoppo

Se ‘l passo die’ spedito,

e al sordo se l’udito perduto

Perduto ritornò,

 

Son questi, o Cristiani,

Le grazie ed i portenti

Che fe sopra i languenti

Il nostro Niccolò.

 

Ovunque sta’ ‘l pericolo

In terra, in aria, o in mare,

Ognun che ‘l sa pregare

In salvo può condur,

 

Oh quanti naviganti,

Quante partorienti,

Da grandine cadenti

Quanti salvati fur!

 

Con giubilo rammento

Quel vago giovanetto,

Ch’era tra lacci stretto

In cruda schiavitù.

 

Il giovane piangea,

e ‘l Turco lo schernisce;

Ma ratto gli sparisce,

e nol rivede più,

 

è Niccolò colui,

Che per la chioma il prende,

e in un momento il rende

Al mesto genitor.

 

Son di memoria degne

Anche le tre donzelle.

Che meste e poverelle

Si pascon di dolor.

 

Ma il Niccolò che in loro

Qualche periglio vede

Di notte le provvede

Di quanto bisognò.

 

L’autor del ricco dono

Il padre curïoso

Volle spiarne ascoso,

Lo vide, e ‘l pubblicò.

La Manna poi mirabile

Che scatorisce in Bari

Dall’ossa singolari

Del nostro Protettor.

 

Non è un portento assiduo

Che per la meraviglia

Ci fa inarcar le ciglia

E ci consola il cuor?

 

Oh Bari avventurato,

Che ‘l gran tesor possiedi

E te i divoti vedi

A folla frequentar.

 

Chi reca gemme ed oro

In grato e pio tributo,

E chi novello ajuto

Concorre ad implorar.

 

Deh Niccolò, gradisci

D’ogni fedele i voti,

E me fra’ tuoi divoti

Ti piaccia custodir.

 

Acciò da te protetto

Sempre m’ajuti Dio,

E alfin clemente e pio

Mi voglia il Cielo aprir

Aggiungo ancora che l’iconografia dell’antico stendardo in seta della Congrega del Carmine (con l’immagine di S. Nicola nel recto e con quella di S. Maria del Carmelo con le anime purganti nel verso) – probabilmente lo stesso innalzato dallo «stannardiere» Paolo Di Roscio nel pellegrinaggio del 1714 e oggi conservato presso la cattedrale di S. Giuseppe – si trova alla base (ma in forma rovesciata) del motivo su tela che il pittore Giulio Cesare de Litiis (1734-1816) realizza per la chiesa del Carmine nell’olio dal titolo la Madonna del Carmine con san Nicola e sant’Andrea.

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Stendardo

Non vi sono dubbi. In questo periodo viene strutturandosi l’impianto antropologico-religioso della festa nicolaiana. A chiarire aspetti significativi di questa vicenda giunge la deliberazione n.213/13 ottobre 1879 con cui il consiglio comunale di Vasto provvedeva alla cessione ad uso di culto della chiesa rurale di S. Nicola della Meta di patronato laicale del Municipio a favore del sacerdote sig. Giuseppe Miscione. Nella domanda ad hoc presentata dal presbitero il 5 marzo 1875 si faceva presente che, nel 1874, veniva riattivata per la prima volta la funzione religiosa della cappella dopo 38 anni di totale sospensione della solennità. A partire dal 1836, dunque, con l’istituzione di un camposanto provvisorio soppresso nel febbraio 1844 grazie all’apertura del nuovo cimitero in contrada Catello, la festa di S. Nicola era stata cancellata. I 1750 cadaveri deposti nelle fosse colà scavate impedivano nel luogo ogni ragionevole celebrazione festiva. Unica clausola di rispetto prevista dalla cessione: impedire ai «pastorelli» il pascolo nell’area ex-sepolcrale.

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La deliberazione del 13 ottobre 1879

Un’ultima questione. Dopo il 1893 la festa viene nuovamente sospesa (non si conoscono le ragioni) per essere riattivata nel 1903. Nel n. 14 di quell’anno, il settimanale «Istonio» registra quanto segue: «Domenica 10 [maggio] dopo tanti anni si è celebrata nella nostra città la festa di S. Nicola per voto di tutti i pellegrini che non avevano potuto recarsi a Bari per le infezioni di vaiolo manifestatesi nelle Puglie, con un concorso straordinario e considerevole di popolazione ed anche di forestieri». Già. Una sorta di sollevazione popolare richiedeva soprattutto la pratica processionale dalla cappella in città quale meccanismo sostitutivo dello sbarco del Santo e del pellegrinaggio da Vasto a Bari.

Che cosa dire di più! Penso soprattutto ai pastorelli esclusi dal pascolo. A me torna in mente il Pastorello Abruzzese dipinto da Filippo Palizzi che con la sua zampogna poggiata sulla terra pare raccogliere l’aria degli abitanti ipogei. Una suggestione. Nient’altro che una suggestione. Ma che, a duecento dalla nascita dell’artista (16 giugno 1818-16 giugno 2018), riconduce l’attenzione sul misterioso poggio di S. Nicola che, nelle sue profondità, nasconde ancora le tracce dell’ottocentesco campo sepolcrale.

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F. Palizzi, Pastorello abruzzese, cm 65 x 51    (da Filippo Marino, Vasto Gallery)

SUL «PATRIMONIO CULTURALE IMMATERIALE»

di Luigi Murolo

 

 

 

A metà del corso sulla Fonetica e scrittura del dialetto di Vasto, nel passaggio dal vocalismo tonico al consonantismo, ho scelto di affrontare una riflessione sul significato di tale prassi. Che non comporta la sola esposizione – e magari condivisione – di contenuti maturati in una ricerca sul campo ma che, per loro stessa natura, esigono la cognizione della pratica che ha determinato la medesima acquisizione dei dati: l’intervista. Misurarsi almeno una volta con tale procedura vuol dire aprirsi alla memoria storico-antropologica della comunità. Cogliere il senso dell’immenso patrimonio culturale immateriale di cui la stessa comunità è depositaria. Con tale sintagma, la Convenzione Unesco del 2003, all’art. 2, definisce quanto segue:

 

le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.

 

Da questo punto di vista, il patrimonio culturale immateriale può essere grosso modo suddiviso in cinque linee-guida di indagine così sintetizzabili

 

  • tradizioni ed espressioni orali, ivi compreso il linguaggio, in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale
  • arti dello spettacolo
  • consuetudini sociali, eventi rituali e festivi
  • cognizioni e prassi relative alla natura e all’universo
  • artigianato tradizionale

 

Il linguaggio specifico – che nel nostro caso coincide con il dialetto – rende comprensibile la «cosa» e il modo in cui essa viene costituendosi. Se prendiamo, ad esempio, il secondo testo teatrale di Luigi Anelli (1897), ci accorgiamo che la «casualità» degli eventi – a ch’attòcch’ attòcche –  altro non rappresenta che la minima unità fonica significativa dell’infinita ripetizione rumoristica dell’antico congegno meccanico (frullone) che separava la farina dalla crusca. Unità fonica che non solo è significante, ma, come già detto, significato, soprattutto nel momento in cui la virtus delle dramatis personae deve rispondere con intelligenza pratica (la metis dei greci) alle insidie della fortuna. Ma era già stata la maschera a profilare questa visione fatalistica della vita con Antonio Rossetti, fratello di Gabriele, che, agli inizi del XIX secolo – segnatamente nel 1814 – con Il carnevale al ritorno dal suo esilio affidava tale compito al recupero della farsa di tipo cavaiolo. Non solo l’uso della lingua bassa (il dialetto), ma anche la recitazione di una parte delegata al sesso opposto diventava centrale per potenziare l’effetto del comico. Da questo punto di vista, i primi atti unici scritti da Luigi Anelli Creste gna váite accuscì pruváite! (1894) e A ch’attòcch’ attòcche (1897) si trovano a “regolarizzare” questo tipo di rappresentazione. Le cronache del settimanale vastese «Istonio» di quelle date riportano i nomi degli interpreti. E se per la prima (6 ottobre 1894), i ruoli di Mastro Antonio, Francesca, Rosa, Giovanni sono ricoperti dai giovani Leopoldo Cieri, De Cristofaro, Giovine, Benedetto Paolantonio, per la seconda (4 aprile 1897) i personaggi di Don Pasquale, Zia Rachele, Don Saverio, Enrichetta, Giulio Gambalesta sono affidati oltre a Cieri e a Paolantonio, a Antonio De Filippis, a Francesco e a Ettore Laccetti.

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A ch’attocche attocche (1897): i fratelli Laccetti nei ruoli femminili con Leopoldo Cieri                                                                                                       (collezione Mercurio Saraceni)

Queste farse, incentrate sul dialetto e giocate sull’omologazione di genere, testimoniano fino in fondo il significato di «patrimonio culturale immateriale» della tradizione: il rapporto indissolubile tra linguaggio e arte dello spettacolo. A esso si aggiunge l’uso della fotografia che, importata a Vasto fin dagli anni Settanta dell’Ottocento da Giuseppe De Guglielmo (nipote di Filippo Palizzi), si trova a documentare con cinque scatti la prima assoluta di A ch’attòcch’ attòcche. In tal senso, gli effetti del dialetto riescono perfino a eternizzare il tempo – diventando immagine – quando l’attimo   trasforma l’opera in arte «nell’epoca della sua riproducibilità tecnica» (volendo mutuare il titolo di un celeberrimo saggio di Walter Benjamin).

E l’immaterialità che rende comprensibile le antiche tecniche ergonomiche oggi scomparse dalla sciabica alla pigiatura all’aperto? E la documentazione sulle trasformazioni del paesaggio urbano?  Che cosa dire, ad esempio, nel bicentenario della nascita di Filippo Palizzi, del busto in bronzo dell’artista allocato in un giardino di palme (opera di un grande scultore come Achille d’Orsi inaugurato nel 1924 da Francesco Paolo Michetti) da molti anni ridotto al rango di “usciere” comunale all’ingresso del Palazzo di città? E le testimonianze di vita quotidiana anteriori al 1912, data del mutamento ambientale di Corso de Parma e Piazza Diomede?

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Piazza Caprioli con il busto di Filippo Palizzi (1924)
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Achille d’Orsi: Filippo Palizzi (1924). Prima in Piazza Caprioli, oggi all’ingresso del Palazzo di città

Mi limito in questa sede solo a alcune osservazioni sulle implicazioni connesse con il “patrimonio culturale immateriale” della città e sulle esigenze di renderlo conservabile e, di conseguenza, accessibile. Posso solo dire che oggi in larga misura è disperso in mille rivoli – volendo augurarmi non perduto – l’immenso lavoro di voci e filmati prodotto in passato dalle emittenti radiofoniche e televisive della città. Nessuna documentazione archiviata è disponibile sull’attività di filodrammatiche, di cori e di analoghe forme dello spettacolo realizzate in loco. Mancano all’appello tracce visive e sonore di manifestazioni culturali e politiche cantierate sempre in città. Analogo destino per tutto quanto riguarda i canti di questua (ivi comprese le cosiddette priuluätǝ) e la śtọriǝ che viene rappresentata ogni anno.

Come già detto, ho discusso di questi aspetti nella conversazione del 17 maggio all’interno del corso sul dialetto. A partire da come gli abitatori del nostro tempo – mi riferisco in particolare alle generazioni degli anni Quaranta e Cinquanta – hanno conservato il rapporto con la lingua della propria comunità. Nel momento in cui le relazioni di vicinato che ne stavano a fondamento cominciavano a allentarsi per aprirsi alla societas. Il passaggio dalla “comunità” alla “società” è il punto di crisi in cui si inscrive la storia della lénga ǥṷaśtaréulǝ (nelle lezioni sul consonantismo spiegherò perché tecnicamente il sintagma va scritto in questi termini) oggi praticata. Il rapporto con la memoria di cui è portatrice e con le nuove forme di comunicazione con cui avrebbe dovuto fare conti. Penso ancora a quel lontano 1992, quando nell’organizzare la memoria della musica giovanile degli anni Sessanta, era venuta storicamente emergendo la profonda differenza di sensibilità tra i repertori esibiti dai ragazzi dialettofoni rispetto a quelli che non lo erano.

Come si può notare, il «patrimonio culturale immateriale» esige tracce sonore e visive su cui condurre le indagini. Mi riferisco, tra l’altro, all’incredibile raccolta etnomusicologica sul campo nell’Italia del sud prodotta tra il 1953 e il 1954 da Alan Lomax e Diego Carpitella oggi disponibile su You Tube. Da qui Ernesto De Martino elabora il concetto di “presenza” (incentrato sul dasein heideggeriano) su cui costruisce la sua teoria antropologica. Ed è proprio da tale nozione che intendo muovere per tentare la realizzazione, con la Pro Loco, di un «Museo di comunità: oralità e rappresentazione» (acronimo: MUCOR) che traduce in istituzione il senso del patrimonio culturale immateriale.

Di questo intendo parlare in un intervento ad hoc. Il presente testo ne costituisce solo la premessa.

ALDO MORO E GLI SCAVI DELLA BATTAGLIA DI CANNE

di Luigi Murolo

 

Ho letto, qualche giorno fa, di una sorta di polemica emersa a Vasto circa la commemorazione di Aldo Moro per il 40° dal suo assassinio. A me piace ricordarlo quando, sessant’anni fa, nel 1958, inaugurava al pubblico i risultati degli scavi archeologici dell’abitato di Canne, luogo celebre nell’antichità per la strepitosa vittoria di Annibale il Cartaginese sull’esercito romano guidato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone.

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Il prof. Aldo Moro mentre attraversa il decumano di Canne il giorno dell’inaugurazione

Nella foto si vede il prof. Aldo Moro, allora docente di Diritto penale a Bari e ministro della pubblica istruzione, osservare con estremo interesse la ricostruzione storica dello schema tattico utilizzato dal grande condottiero punico per la vittoria ottenuta il 2 agosto 216 a. C.

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Il prof. Aldo Moro mentre osserva il plastico dell battaglia di Canne

Che dire! La visione tattica della politica morotea potrebbe aver trovato conferma proprio nella storia di questa battaglia la propensione per la scelta “temporeggiatrice” di Lucio Emilio Paolo rispetto alla linea frontale di Varrone. Che, per non aver capito la manovra accerchiatrice di Annibale, lasciava al condottiero cartaginese tutto lo spazio per la vittoria sulle legioni della Repubblica romana.

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Canne: il decumano oggi
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Canne: veduta della piana della battaglia

Mi pare di leggere in questa vicenda l’incredibile assenza di tattica in quella “linea della fermezza” che aveva trovato opposizione solo nell’accorta politica temporeggiatrice della “trattativa” sostenuta da Craxi. La stessa – va detto – che si trova nelle lettere di Moro spedite dalla cella della morte del carcere Br. Si provi a studiare, come aveva fatto il prof. Moro, lo schema tattico della battaglia di Canne. Forse si riuscirà a capire, grazie alla lezione dell’archeologia, la miseria culturale del nostro disgraziatissimo presente.

DUE TEMI SEMPRE ATTUALI

di Luigi Murolo

 

 

Conosco una solo foto anteriore al 1956 in cui si osservano i devastanti effetti prodotti da un movimento franoso in quel di Vasto. Ed è quella realizzata in seguito alla frana dell’8 aprile 1919 avvenuta sulla Loggia Amblingh che qui pubblico (seguita, nello stesso anno, da altre due meno violente il 29 aprile e il 21 dicembre). La loggia in questione – costruita dopo il 1709 – era proprio localizzata nelle prossimità di casa Rossetti tra gli attuali largo Piave e piazza Lupacchino. E che sarebbe crollata proprio in quella occasione insieme con l’abitazione natale dell’exsul immeritus, totalmente sventrata, di cui – come si vede – era rimasto in piedi il solo paramento murario occidentale (foto 1).

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Foto 1: Crollo di casa Rossetti nella frana dell’8 aprile 1919

 

Ciò che stupisce è che nessuno abbia preso in seria considerazione la pericolosità degli scoscendimenti di quest’area, ritenuti non assimilabili a quelli del Muro delle Lame. Eppure l’avvenuto drenaggio delle acque nel 1927 sottolinea la forte ruscellazione sotto la balconata (foto 2). L’attuale passeggiata panoramica altro non costituisce che il muro di contenimento – edificato otto anni più tardi, nel 1927 – che, in una foto dello stesso periodo, mostra ancora persistente il diroccamento di casa Rossetti (foto 3). Il rudere viene acquistato l’8 febbraio 1925 dal comitato presieduto da Gelsomino Zaccagnini (l’anno prima dell’inaugurazione del monumento a Gabriele), non senza la preventiva dichiarazione di monumento nazione con R.D. 17 aprile 1924, n.618. La donazione al Comune di Vasto sarà perfezionata nella primavera del 1929, qualche mese prima della morte dello stesso Zaccagnini.

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Foto 2: 1927. Drenaggio delle acque sotto casa Rossetti
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Foto 3: 1927. la Loggia Amblingh realizzata. A sinistra il rudere di casa Rossetti

Con questa rapida sintesi intendo sottolineare due aspetti. Da un lato, l’instabile rapporto (mai sopito e ancora oggi persistente) tra edifici storici e movimenti franosi (l’ultimo il 24 gennaio 2015 con il crollo della cinta orientale del giardino d’Avalos [foto 4] oggi tornato alla ribalta). Dall’altro, la funzione storica delle collette pubbliche nella salvaguardia dei beni culturali. Di quest’ultima dovremmo sicuramente tornare a parlare.

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Foto 4: la frana del 24 gennaio 2015

STORIA DI UNA FAMIGLIA, DI UN PALAZZO, DI UNA CHIESA

Per il prossimo Sabato 5 maggio, l’associazione “Vigili del Fuoco in congedo” e “Beni culturali del Vasto” organizzano una conversazione del prof. Luigi Murolo dal titolo “Il palazzo incantato. Genova-Rulli: la famiglia, la casa, la chiesa”. Un’occasione per fare il punto sul complesso architettonico più grande di Vasto, dopo Palazzo d’Avalos. Sulla famiglia che, dopo il decennio francese (1806-1815), passa dal Costituzionalismo antiborbonico al lealismo filomonarchico e clericale più intransigente. Che intorno alla chiesa di S. Filomena vede disporre un segmento della locale aristocrazia terriera alla dottrina sociale di Leone XIII.

Per la circostanza, la signora Gianna Spadaccini e l’artista Filippo Stivaletta doneranno alla chiesa il ritratto di don Michele Ronzitti, il benvoluto e amato cappellano custode e tutore di quella memoria.

Conferenza GenovaRulli

 

Sabato, 5 maggio 2018, ore 17,30, chiesa di S. Filomena, Vasto

 

NEL «PALAZZO INCANTATO», IL RITRATTO DI DON MICHELE RONZITTI

 

In occasione della conversazione dal titolo Il palazzo incantato che terrò nella chiesa di S. Filomena, sabato 5 maggio 2018 alle ore 17,30, la signora Gianna Spadaccini e l’artista Filippo Stivaletta doneranno alla chiesa il ritratto di don Michele Ronzitti (1924-2012), un olio su tela 40 x 50. Don Michele, il sacerdote che ne è stato cappellano e, soprattutto, difensore delle sue memorie. Un religioso che, pur nel disastro dell’abbandono, potremmo definire, in senso laico, tutore dei beni culturali. Un uomo di grande integrità morale, ancor più che persona professa, votato alla conservazione di quanto era rimasto dell’apparato extra-liturgico (Luigi Murolo).

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Filippo Stivaletta, Ritratto di don Michele Ronzitti (olio su tela, cm 40 x 50)

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