STORIA DI UNA FAMIGLIA, DI UN PALAZZO, DI UNA CHIESA

Per il prossimo Sabato 5 maggio, l’associazione “Vigili del Fuoco in congedo” e “Beni culturali del Vasto” organizzano una conversazione del prof. Luigi Murolo dal titolo “Il palazzo incantato. Genova-Rulli: la famiglia, la casa, la chiesa”. Un’occasione per fare il punto sul complesso architettonico più grande di Vasto, dopo Palazzo d’Avalos. Sulla famiglia che, dopo il decennio francese (1806-1815), passa dal Costituzionalismo antiborbonico al lealismo filomonarchico e clericale più intransigente. Che intorno alla chiesa di S. Filomena vede disporre un segmento della locale aristocrazia terriera alla dottrina sociale di Leone XIII.

Per la circostanza, la signora Gianna Spadaccini e l’artista Filippo Stivaletta doneranno alla chiesa il ritratto di don Michele Ronzitti, il benvoluto e amato cappellano custode e tutore di quella memoria.

Conferenza GenovaRulli

 

Sabato, 5 maggio 2018, ore 17,30, chiesa di S. Filomena, Vasto

 

NEL «PALAZZO INCANTATO», IL RITRATTO DI DON MICHELE RONZITTI

 

In occasione della conversazione dal titolo Il palazzo incantato che terrò nella chiesa di S. Filomena, sabato 5 maggio 2018 alle ore 17,30, la signora Gianna Spadaccini e l’artista Filippo Stivaletta doneranno alla chiesa il ritratto di don Michele Ronzitti (1924-2012), un olio su tela 40 x 50. Don Michele, il sacerdote che ne è stato cappellano e, soprattutto, difensore delle sue memorie. Un religioso che, pur nel disastro dell’abbandono, potremmo definire, in senso laico, tutore dei beni culturali. Un uomo di grande integrità morale, ancor più che persona professa, votato alla conservazione di quanto era rimasto dell’apparato extra-liturgico (Luigi Murolo).

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Filippo Stivaletta, Ritratto di don Michele Ronzitti (olio su tela, cm 40 x 50)

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GUSTAV MAHLER E GLI ECHI DI MÀRE MÀJJE: VARIAZIONI SUL TEMA

di Luigi Murolo

 

Sarebbe bello ascoltare oggi dal vivo la Sinfonia n. 1 in Re maggiore (“Titano”) di Gustav Mahler, il grande compositore austriaco (1850-1911), ponendo soprattutto attenzione a quel terzo movimento – «solenne e misurato, senza trascinare» – in cui l’autore rielabora, tra l’altro, una melodia non solo nota nell’Impero asburgico, ma nello stesso Abruzzo. Sarebbe bello – aggiungo – perché ci renderemmo conto di quanto, nella Vienna fin de siècle, sopravvivessero ancora remote tracce musicali di cultura balcanica popolare radicatasi, già nel XVI secolo, sul versante occidentale dell’Adriatico. In effetti, la pagina mahleriana restituisce gli echi lontanissimi di una melodia molto viva in ambiente vastese. Concepita “a programma” (vale a dire, su riferimenti extramusicali), la sinfonia reinterpreta parodisticamente una marcia funebre che ha il suo modello in una grafica di Moritz von Schwind (1804-1871) illustrativa di una fiaba per bambini centrata sul corteo funebre degli animali nei confronti del cacciatore (di fatto, un rovesciamento dei valori antropologici: non il carnefice che accompagna il feretro delle vittime, ma il contrario). Parlo della celebre incisione su legno Wie die Thiere den Jäger begraben («Come gli animali seppelliscono il cacciatore») [fig. 1]. Qui, nel recupero di antichi temi popolari, per la prima volta, Mahler teorizza il concetto di Naturlaut (suono della natura) dove natura coincide con la totalità di suoni provenienti dal mondo e dalla vita: versi di uccelli, marce, segnali militari, frammenti di canzoni ecc. Non così come si originano, ma come sono ricostruiti attraverso quel processo di ricreazione e di riappropriazione tipico dell’arte. In questo riuso della citazione (non dissimile dalla successiva poetica dell’invenzione dannunziana) Mahler assembla tutto quanto è necessario alla produzione estetica delle sue singole opere: anche una vecchia melodia ritenuta tra l’altro ebraica – ed è quella che ci interessa – rientra in questa singolare fucina dell’artiere.

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Fig. 1: M. von Schwind, «Come gli animali seppelliscono il cacciatore» (1850)

Derivazione ebraica, si diceva. In realtà, gli studi di Ernesto De Martino (Morte e pianto rituale nel mondo antico [1958]) riconducono quelle sonorità a un archetipo balto-slavo (connesso tanto alle comunità balcaniche dell’impero asburgico quanto a quelle più antiche croate soggette alle transizioni adriatiche dei secc. XV e XVI). Ma, a conti fatti, nell’un caso o nell’altro, rimane un solo dato: l’ascolto degli echi di Màre májje, il celebre lamento vastese di una vedova, che provengono dal terzo movimento della citata prima sinfonia mahleriana. Per una singolare coincidenza cronologica va segnalata, nello stesso anno della morte di Mahler – 1911 –, la pubblicazione da parte dell’Accademia delle Scienze di Vienna dell’opera di Milan Rešetar dal titolo Die Serbokroatischen Kolonien in Süditaliens (Le colonie serbocroate nell’Italia Meridionale) relativa alla migrazione serbocroata lungo la valle del Trigno.

Per quanto è dato di sapere, la prima trascrizione musicale (con un testo molto ridotto) del canto popolare in questione è del 1927 dovuta a Ettore Montanaro. In ogni caso, è solo grazie a questo lavoro che la melodia comincia a circolare negli ambienti specialistici. Dal punto di vista narrativo, il testo vastese non ha nulla di parodistico. Anzi, è un pezzo chiave sulla condizione della donna nell’Ottocento e denunzia le vessazioni che essa è costretta a subire nel momento della vedovanza. Una canzone tragica, insomma, dolente, che nulla ha da dividere con l’universo a rovescio dell’impianto mahleriano. I successivi interventi musicologici (con la definitiva formalizzazione operata da Antonio Zaccardi) non si discosteranno dalla pionieristica trascrizione di Montanaro.

Ora qui si escludono volutamente i riferimenti alle altre varianti abruzzesi di Màre majje. Al contrario, ciò che interessa sottolineare in questa sede è che le sonorità parodistiche del funerale mahleriano interpretano, in realtà, il dramma antropologico-sociale della morte del marito in un ambiente subalterno. C’è da dire, però, che la tradizione culturale inaugurata dal grande compositore austriaco torna per intero in un musical del 1964 di Jerry Bock (musica) e Sheldon Harnick (libretto) – Fiddler on the roof (Il violinista sul tetto), basato sulle storie di Sholom Aleichen – che a Broadway ha tenuto banco con 3242 repliche per un decennio, le più longeve di tutta storia del musical [fig. 2]. Qui gli echi di Màre májje in chiave ebraica (molto più aderenti alla versione vastese) hanno riscosso un successo straordinario, soprattutto grazie al touch inconfondibile di Zero Mostel. Lo stesso film di Norman Jewison girato nel 1971 ha reso analogo servizio alla diffusione planetaria della melodia di Màre májje [fig. 3]. E non sappiamo se sia stato proprio questo film a suggerire l’inserimento della variante vastese del Lamento di una vedova in Film d’amore e d’anarchia ovvero stamattina alle 10 in via dei fiori nella nota casa di tolleranza (1973) di Lina Wertmüller [fig. 4].

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Fig. 2: la locandina del music-hall Fiddler on the roof come copertina di LP
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Fig. 3: la locandina del film Fiddler on the roof (1971)
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Fig. 4: la locandina del film

Che dire di più. La pagina mahleriana offre la possibilità di rileggere in un modo diverso l’antropologia della cultura popolare vastese e del territorio di cui è polo di riferimento. Consente altresì la possibilità di slargare, con fondamenti reali, la tradizione cittadina al contesto internazionale. Si tratta di crederci. Ma, soprattutto, di volerlo.

TRANSIZIONI ADRIATICHE. PER UN’ANTROPOLOGIA DEL NA-NAŠU, LA LINGUA DEI CROATI DEL TRIGNO

di Luigi Murolo

 

Ho sempre parlato di transizioni adriatiche per quelle correnti migratorie che, soprattutto nel corso dei secc. XV-XVI, hanno caratterizzato un vero e proprio sradicamento insediativo delle popolazioni dell’area balcanica, dall’oriente equoreo verso le plaghe occidentali del nostro mare frontaliero (movimenti metanastasici, li aveva definiti il geografo serbo Jovan Cvijić). Più che movimento, dunque, è l’idea di passaggio (definitivo, senza alcuna possibilità di ritorno) quella che meglio connota il viaggio forzato degli Schiavoni attraverso l’immenso spazio liquido che li accoglie e li respinge a un tempo. Il bagaglio non è molto ingombrante: il proprio corpo, la lingua di cui sono locutori, la cultura materiale di cui sono portatori. Il loro trasporto per mare – restituito sub specie inventionis in tempera su tavola nella parte in basso della pala per La traslazione della Santa Casa di Loreto (cm 240 x 365) di Saturnino Gatti (1510 ca.) conservata presso il Metropolitan Museum of Art di New York (fig. 1) – avviene per mezzo di trabaccoli (imbarcazioni a doppio albero con carena arrotondata, chiglia e paramezzale, prua e poppa piene, interamente pontate, con stiva centrale). Oltre lo sconosciuto orizzonte della distesa d’acqua, nessuno di loro sa che cosa li attenda. A ogni buon conto, un esilio per la salvezza ritenuto di certo migliore di una stanzialità condizionata dalla conquista turca. Nei fatti, l’assenza di turchismi nel dialetto croato molisano pone la facies di migranza nel periodo anteriore all’espansione ottomana, anche se la Croazia non sarà mai balcanizzata.

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Saturnino Gatti, La traslazione della Santa casa di Loreto.       In basso, la migrazione su trabaccoli

La “terra incognita” verso cui quelle popolazioni tendono è però già “immunizzata”. Le ondate di profughi superstiti dalle traversate non restano nelle città rivierasche – aperte ai soli traffici dei ricchi mercanti ragusei – ma indirizzate altrove. Le Udienze vicereali di Capitanata e di Abruzzo Citeriore (in quel periodo, il Molise non ha affacci sul mare. Termoli, ad esempio, è ancora Capitanata) dislocano quelle ingenti masse umane al ripopolamento di paesi in via di abbandono o già abbandonati. In questa prospettiva, i Croati della Narenta vengono destinati a occupare le propaggini molisane del Basso Trigno (grosso modo comprese tra Palata e Montefalcone). Al contrario, nel caso dei villaggi di neofondazione, la scelta cade sui percorsi tratturali – da questo punto di vista, risulta emblematica la vicenda di Villa Cupello, sorta alla confluenza dei tratturi Centurelle/Montesecco e Lanciano/Cupello. Qui, tra l’altro, l’insediamento slavo recupera l’intitolazione altrimenti inspiegabile di una chiesa alla Madonna del Ponte, tipica della cultualità di Lanciano –. Una cosa va precisata. I luoghi dove una parlata si estingue generano fenomeni di sostrato (fenomeni, cioè, che vedono la lingua scomparsa influenzare l’altra superstite. Nell’area di Vasto, ad esempio, investita dall’insediamento slavo con il villaggio tratturale di S. Pietro Linari, sono stati rivenuti nel corso dell’Ottocento tre canti connessi culturalmente con l’altra sponda: La Madonna della Schiavonia, Marie a la vije di Caifasse, Mare Majje). Se è vero che il lutto per la distanza dalla patria perduta pietrifica la memoria degli Schiavoni allocati nei centri lontani dalle strade della lana, è ancor più vero che lo smarrimento di quella tradizione si “velocizza” nei paesi disposti su tali itinerari. Come si può notare, il rapporto con le vie di comunicazione determina la dialettica memoria/oblio della cultura di provenienza. In questa chiave, dunque, va storicamente letta la sua conservazione nell’enclave territoriale Acquaviva Collecroce/Montemitro/S. Felice del Molise.

Il senso della transizione adriatica si avverte in un passo di un dialogo raccolto e pubblicato nel 1911 da Milan Rešetar nell’allora pionieristico libro di ricerche dal titolo Die Serbokroatischen Kolonien in Süditaliens (Le colonie serbocroate nell’Italia Meridionale. Il testo, disponibile in traduzione italiana a c. di Walter Breu e Marina Gardenghi, Campobasso, Amministrazione Provinciale, 1997, è scaricabile integralmente dal sito www.kruc.it). Sono domande – quelle – che tradiscono il nóstos (ritorno a casa) verso cui avevano teso lo sguardo le successive generazioni di immigrati: «Kako govoreš ti? Tvoj grad je do ne bane? Maš po pomor?» – Come parli tu? Il tuo paese è dall’altra parte? Devi andare per mare? – (e qui, sintetizzato nei secoli successivi, con segno inverso, torniamo al bagaglio leggero del migrante d’antan: il corpo, la lingua e la cultura materiale, il trasporto sulla via d’acqua). Da questo punto di vista, i nóstoi dell’antico idioma štocavo-icavo (o, se si vuole, na-našu nella forma avverbiale locale derivata dalla denominazione naš jezik – nostra lingua –) sfocano poeticamente l’impossibilità di quel momento sognato dalla memoria. Il locutore dell’arcaica parlata croata, consapevole di siffatto stato di cose nel lontano XIX secolo, non avrebbe esitato a rispondere: «Zgore, zgore, brat. Svit je-veće veliko dő-mor» – sopra, sopra, fratello. Il cielo è più grande del mare –.

Nei fatti, gli odierni eredi di quegli antichi passages equorei vivono una condizione di adstrato. Vale a dire, una situazione in cui l’influenza di una lingua sull’altra non ha determinato la scomparsa di una delle due. Certo, l’idioma originario viene considerato dialetto. Ma con un interrogativo: si tratta forse solo di questo? Non proprio. Occorre tornare a quanto aveva ideologicamente sostenuto il giacobino Nicola Neri di Acquaviva Collecroci salito sul patibolo borbonico con la rivoluzione partenopea del 1799. «Nemoite zgubit naš jezik – non perdete la nostra lingua –», ricordava il patriota della nazione napoletana. Alla base, dunque, un moderno concetto di alloglossia, che rivendicava un’autonomia della comunità nel contesto più generale della geopolitica meridionale del tempo.

Nicola Neri, dunque, sembra prefigurare il paradigma legislativo per la tutela delle minoranze linguistiche nel corso della brevissima organizzazione statuale repubblicana del Sud (Non dimentichiamolo. Liberato dal carcere, Neri occupa un ruolo non secondario nell’apparato rivoluzionario filofrancese: è Commissario organizzatore nel Dipartimento del Sangro, nel momento in cui le élites al potere modificano l’organizzazione periferica dello Stato da provinciale in cantonale; le cosiddette, municipalità). Come si può notare, le parole del Neri non sono semplici petizioni di principio di un intellettuale che, seppur molto avvertito – tra l’altro, medico –, risulta estraneo alla partecipazione ai movimenti sociali e di pensiero. Ma, al contrario, ci si trova davanti a dichiarazioni di un uomo politico che opera fattivamente per la trasformazione della sovranità meridionale. Che cosa si può dire! La storia ha preso un’altra direzione. Ma, per quanto non si voglia, quella voce continua comunque a rimanere pietra scagliata contro ogni forma di autoritarismo e centralismo linguistici.

L’Unesco ha lanciato l’allarme sul rischio di scomparsa delle lingue minoritarie nel mondo. Tra queste – anche se in forma meno aggredita rispetto alle altre –, il na-našu, lo slavo molisano che presenta le seguenti caratteristiche: tre generi: maschile, femminile, neutro; tre numeri: singolare, plurale, duale; una declinazione con sette casi: nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, locativo, strumentale. La possibilità di raccogliere in una grande manifestazione la cultura di una specifica tradizione declinata in tutte le sue varianti avrebbe una caratteristica generale: dimostrare come solo la permanenza della biodiversità linguistica – che testimonia attraverso la parola i diversi modi in cui gli uomini si sono insediati sulla Terra – possa restituire la straordinaria immagine molteplice e plurale delle opere e i giorni che hanno segnato e segnano le comunità di zoè; vale a dire, le comunità viventi.

Un Festival dei Balcani in Italia – dove oltre alle resistenti collettività di adstrato hanno spazio anche quelle di sostrato – può costituire l’avvio di un diverso punto di vista sul problema. L’idea è tutta qui.

Mi chiedo: è il caso di riempire di contenuti questa eventuale ipotesi di lavoro?

 

 

 

TRE NOTICINE SUL CORSO DI FONETICA STORICA

di Luigi Murolo

 

Le tre noticine che seguono le ho redatte per un dibattito avviato da alcuni corrispondenti sul mio profilo facebook. Delineano in qualche modo le ragioni culturali che stanno alla base del mio corso di fonetica storica organizzato dalla Pro Loco di Vasto, Italia Nostra del Vastese con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura. Che devo dire! Una discussione molto articolata – aggiungo – che mi auguro possa continuare.

 

 

1.Come tutti sanno, non c’è alcuna relazione tra lingua letteraria, fonetica, fonetica storica. Io mi occupo solo di quest’ultima. Conosco la prima (ma solo tardo-ottocentesca e primo-novecentesca) solo per ragioni di documentazione diacronica sulle tipologie di scrittura fonetica e per il rapporto storico-antropologico che viene a delinearsi tra scrittura e oralità. Parlo solo di questi aspetti. Che sia chiaro: la parte cosiddetta “artistica” (soprattutto se contemporanea) è totalmente fuori da siffatti interessi.

Ribadisco il concetto. Mi occupo solo di storia della lingua. Lascio la letteratura agli storici del settore e ai critici letterari. Da ciò, ognuno può trarre le conseguenze che ritiene utili.

2.L’Alfabeto Fonetico Internazionale (AFI può essere utilizzato nella storia della lingua (nel caso specifico del dialetto) a una condizione: che sia identificabile l’evoluzione fonetica . Se io devo limitarmi alla semplice trascrizione dei foni enunciati dagli attuali locutori, posso tranquillamente scrivere la parola nuvola in questo modo: [‘nivl]. Se devo, però, indicare graficamente la storia della parola, il paradigma cambia radicalmente. Mi spiego. In un solo atto devo precisare che il lemma dialettale [‘nivl] derivi dal proparossitono latino nŭbilu(m). Che in sillaba aperta, l’ictus breve sulla ŭ, in dialetto si trasformi in í . Che si affermi il mutamento consonatico b > v. Che, sul piano prosodico, per mantenere la struttura sdrucciola latina della desinenza in – um accusativo devo utilizzare per forza la e muta ǝ. Che per tutte queste ragioni, il proparossitono latino nŭbilu(m) diventa in dialetto lo sdrucciolo [‘nívǝlǝ]. Per spiegare questo passaggio devo ricorrere a due segni non contemplati nell’AFI: í, ǝ. Da questo punto di vista, l’AFI esige delle aggiunte. Nel dialetto vastese, ad esempio, esistono quattro foni di a che devono essere necessariamente diversificati. Ecco perché devo ricorrere alla fonetica storica e caratterizzarli in questo modo: a, ä, å, ã. Come si può capire, in questo senso l’AFI è insufficiente. Spero di aver chiarito il problema.

3.Per quanto mi riguarda, il corso di fonetica storica (ribadisco, fonetica) che ho iniziato giovedì ha un solo scopo: cercare di capire i modi in cui i locutori della comunità, “nel corso del tempo”, hanno consegnato al lessico da loro parlato la memoria della città. Nel mio ultimo volumetto, ad esempio (Lessico perduto), ho cercato di sottolineare in un capitoletto come il diritto langobardo sopravviva nel dialetto vastese nel termine [mun’daṷnǝ] con il lemma giuridico mundualdo utilizzato dal notariato locale dei secc. XVI-XVIII per garantire la trasmissione maschile della patrimonialità ereditata dalla donna vedova o nubile. Per intenderci, uso la fonetica storica per cogliere l’aspetto antropologico della [‘lenga] locale. Va da sé che, in tale contesto, la fonetica storica assume un valore sostanziale. Tutto ciò che estraneo a tale interesse è collaterale, o al più esemplificativo. Ciò non vuol dire che io mi sottragga ai quesiti da posti. Anzi!

Bene. Come si può notare ho utilizzato la parentesi quadra della fonetica e non la barra della fonematica. Ciò vuol dire che sto parlando esclusivamente di foni, non di fonemi. Parlo di connotazione grafica dei quattro suoni della [a]: [a, å, ä, ã]. Da questo punto di vista non mi interessa affatto sapere che sono due i fonemi: la /å/ opposta al fonema /ọ/ oppure la /a/ variamente opposta ai fonemi /ȩ/, /ę/, /å/. Peraltro, mi sono divertito a identificarli. Ma ciò non ha alcun rilievo per i temi che affronto. Faccio presente che i grafemi fonetici da me usati e non presenti nell’AFI fanno parte della trascrizione fonetica della grande tradizione italiana di Graziadio Isaia Ascoli o di quella tedesca di Gerhard Rohlfs e della sua monumentale Grammatica storica della lingua e dei suoi dialetti. Aggiungo, tra l’altro, che gli studi sul campo di Rohlfs sul lavoro dei contadini nell’Italia meridionale durante gli anni Venti del Novecento hanno in Palmoli un riferimento fondamentale. Rispetto a questa località del Vastese, la recente pubblicazione (2014) del volume Gli Abruzzi dei contadini 1923-1930 costituisce un contributo inestimabile alla riflessione complessiva sul rapporto antropologia/fonetica storica.

Antropologia che, in ambito vastese, agli inizi del Settecento, troviamo nella lingua basso-mimetica del chierico Diego Maciano che, ad esempio, scrive un dialettale seggia derivato da un antico siēda(m) successivamente trasformato in [‘setǝ], sedia, oppure nell’uso di “Uiua” o “Uenne” (viva, venne), termini che in ambiente dialettale tardoseicentesco indicano ancora l’uso latino della vocale velare – u – prima della sua trasformazione nella labiodentale – v -. Questi sono gli aspetti che mi interessano. Che, in buona sostanza, costituiscono il punto di vista su cui ho impostato il mio piccolo corso di fonetica storica.

TRA CULTURA MATERIALE E STORIA: L’ECOMUSEO DI MACCHIA VALFORTORE

di Luigi Murolo

 

 

Collezionisti? Forse. In tal caso dovremmo limitarci a parlare di una semplice raccolta di oggetti della cultura materiale ordinati più o meno correttamente in un contesto mimetico tenuti insieme da procedure. Ma si tratta solo di questo oppure di un ritorno «alle cose stesse», vale a dire agli atti compiuti (pratiche, comportamenti, pensieri, sentimenti) per intrattenere rapporti con quelle «cose», con quel mondo d’antan nel tempo in cui lo si abita? Tutto questo intreccio di relazioni produce «ricerca di senso». Ed è questa «ricerca di senso» che affascina il visitatore quando si inoltra nel singolarissimo Ecomuseo dei coniugi Mariella Brindisi e Mario Mancini allocato in quel di Macchia Valfortore, piccolo borgo oggi molisano confinante con Capitanata (Puglia) e Campania con cui divide storia e cultura.

Già. Questo comune dà il nome a quella congiura che, nel 1701, aveva visto un gruppo di aristocratici del Viceregno napolitano – tra cui Cesare Michelangelo d’Avalos, marchese del Vasto – insorgere contro quegli stessi francesi che avevano ereditato da Carlo II di Spagna “lo Zoppo” la realtà statuale meridionale (la scelta filoasburgica di questa frazione della nobiltà partenopea avrebbe condotto nel 1707 all’instaurazione a Napoli del Viceregno austriaco durato fino al 1734 e dall’anno successivo tornato nuovamente Regno con Carlo III di Borbone). Che dire! Un fatto sicuramente importante per un centro oggi di 600 abitanti collocato in un ambito internazionale di ancien régime che torna in quelle pagine latine del De coniuratione partenopea, aureo libretto in prosa di Giambattista Vico pubblicato postumo nel 1835. Un mondo che, in tale circostanza, mi piace solo incidentalmente annotare proprio perché del tutto estraneo all’altro di cui intendo qui velocemente discutere.

Innanzitutto l’intitolazione della raccolta. Un neologismo che racchiude in sé il significato greco di οἶκος (òikos) “casa”, “famiglia”: ecomuseo. Che cosa vuol dire? Forse Museo della «casa» in quanto ricostruzione di tipologie abitative di storia materiale e degli utensili di vita quotidiana e produttiva in essa conservati? Certamente, sì. Ma c’è qualcosa che rende questo organismo unico e originale nel suo genere. In effetti, la raccolta di cui sto parlando non costituisce una struttura “altra” o diversa dalla casa in cui i suoi autori dimorano. Anzi, coincide con la stessa abitazione in cui vivono. A dimostrazione del fatto che essa si realizza davvero come «casa della vita», volendo mutuare un’espressione preraffaellitica cara alla penna di Dante Gabriel Rossetti. Per una singolare congerie di circostanze, una dependence di questo luogo della memoria è diventato set per un documentario su Charles Moulin (1869-1960), il pittore di Lille amico di Matisse e Rouault che aveva scelto di vivere da eremita in un rifugio da lui stesso costruito sulla vetta del monte Marrone nel gruppo delle Mainarde. Lo stile di vita prediletto dal maître de peinture ha trovato una coerente rappresentazione in questo basso da tholos di montagna che rende evidente, tra l’altro, le condizioni di esistenza tra Otto e Novecento degli uomini singoli privi di sostentamento: vecchi, senza famiglia, vedovi ecc. (fig. 1).

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Fig. 1

E gli strumenti della tradizione musicale popolare? Qui lo stupore diventa sovrano. Mi spiego. Dopo l’ingresso nella falegnameria di metà Novecento (dove spicca la travanëllǝ, una sega che taglia il tronco nel verso della verticalità rispetto al taglio orizzontale della śtrungaturǝ) si incontra una sorta di appenditoio da cucina per stracci (anch’esso disposto verticalmente) ricolmo di tamburelli. Si penserà: decorativi. Più avanti, tra i sali- e -scendi del tortuoso itinerario espositivo, adagiata sulla parete di un muro una chitarra popolare del Gargano fa bella mostra di sé nella sala che Mariella Brindisi chiama dei «segni preterintenzionali». Qui si può osservare la presenza di un chitarrino battente (a dodici corde) di liuteria cerignolese rinvenuto a Macchia che, dal punto di vista dell’esecuzione musicale, fa il paio con i tamburelli di cui si è dato precedentemente conto. C’è da aggiungere, inoltre, che l’ing. Mario Mancini di Arona (felicemente residente a Macchia), è un eccellente costruttore di tamburi a cornice (utilizzati fin dai tempi dell’antico ballo cinquecentesco di Sfessania, base delle tarantelle e delle pizziche tarantate) e di chitarre battenti a fondo piatto. L’intreccio indissolubile di musealità, organologia, etnomusicologia hanno consentito alla straordinaria coppia di coniugi macchiarola di restituire l’intero percorso della materialità musicale. Quasi non bastasse, il significativo archivio sonoro messo insieme nel corso degli anni ha aperto uno squarcio documentale sulle esperienze di raccolta sul campo di testimonianze della cultura orale: canti popolari, storie di vita, interviste ecc. (un materiale ex-novo da aggiungere alle pionieristiche registrazioni di Alan Lomax nell’Italia meridionale condotte tra il 1953 e il 1954, oggi fortunatamente disponibili su You Tube). Dulcis in fundo, l’esecuzione. Mariella Brindisi (chitarra battente) e Mario Mancini (tamburello) come Musicanti della memoria (fig. 2) hanno reso possibile l’ascolto del patrimonio etnomusicologico da loro raccolto.

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Fig. 2: Mariella Brindisi e Mario Mancini in una performance al Festival della Zampogna di Scapoli, 2009 (da “Utriculus”, n. 47, 2014)

Un’ulteriore breve considerazione, intanto, sui già citati «segni preterintenzionali» con cui gli autori del museo intendono arnesi interessati da mutamenti accidentali sopravvenuti rispetto alla iniziale funzione. Più che di interpretazione semiotica strictu senso, parlerei di oggetti trasformati dagli effetti dell’uso continuativo determinanti forme casuali e involontarie sottratte a ogni tipo di progettualità. Da tale punto di vista si presentano come scarti di un percorso d’uso con un significato che non può essere diverso da ciò che è: scarto, scoria, per l’appunto. In questa accettazione nichilistica dell’essente ha poca importanza sapere se a ciò cui ci riferiamo altro non costituisce la tavola su cui il vecchio artigiano sgrossava il legno per la costruzione delle zampogne (fig. 3). Sappiamo solo che è un rifiuto capace di sollecitare la nostra attenzione. In tale prospettiva, il segno di cui si sta qui parlando è ciò che è capace di suscitare la nostra risposta, di là dal contenuto originariamente espresso.

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Fig. 3: Tavola per la sgrossatura del legno per zampogne

In una pagina de Il Fuoco Gabriele D’Annunzio sottolinea come «[…] i discepoli del Vinci erano dal maestro consigliati di guardare nelle macchie dei muri, nella cenere del fuoco, nei nuvoli, nei fanghi e in altri simili luoghi per trovarvi “mirabilissime invenzioni” e “infinite cose”». Proprio l’operazione che Mariella ama compiere. A riconferma e precisazione di questo punto di vista, vale la penna ascoltare l’altro aforisma del D’Annunzio melanconico in quel topos del Libro segreto che testualmente recita: «I rifiuti della vita, i frammenti di utensili, le scorie – un pezzo di ferro, un chiodo torto, una scheggia, un truciolo, un pezzo di fune, una scatola di latta vuota. Tutto parla, tutto è segno per chi sa leggere».

Dal rifiuto al recupero il passo è breve. Mariella e Mario stanno avviando una storia di quest’ultimo aspetto sottolineando la straordinaria capacità della cultura materiale nel riuso. Dai sacchi del lontano Piano Marshall (fig. 4) per la ripresa europea (European Recovery Program, 1946) utilizzati per la realizzazione di una camicia da notte (fig. 5) alla tendina antispiriti fatta con tappi di bottiglia (fig. 6), un lungo itinerario di strategie del risparmio giunge alla vista di una società usa-e-getta sommersa dalla spazzatura e perfino incapace di attuare la raccolta differenziata.

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Fig. 4: Sacco del piano Marshall
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Fig. 5: Camicia da notte realizzata con sacchi del Piano Marshall
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Fig. 6: Tendina “antispiriti” realizzata con tappi di bottiglia

L’Ecomuseo di Macchia Valfortore è tutto questo e molto di più. Da tale punto di vista torna utile limitarsi solo a qualche notoletta alla buona per lasciare al visitatore interessato il gusto della scoperta. Capire, tra l’altro, come il rapporto con l’antico si coniuga con l’analisi sismologica dei terremoti e con l’osservazione astronomica (forse a non tutti è chiaro che abbiamo dimenticato il tempo qualitativo della vita e dell’agricoltura). In questa magica scatola di memoria e tecnologia, l’infinitamente piccolo della comunità ci consegna una riflessione sintetizzabile in queste parole di Walter Benjamin cui tutti dovremmo sforzarci di tendere l’orecchio: «C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra [perché] il cronista che enumera gli avvenimenti senza distinguere tra i piccoli e i grandi, tiene conto della verità che nulla di tutto ciò che si è verificato va dato perduto per la storia».

DUE O TRE COSE SU PUNTA PENNA

di Luigi Murolo

 

Non sono il primo, né sarò l’ultimo a porre la domanda che segue. Ma metterla nero su bianco significa quanto meno lasciare una traccia. Per tale ragione, ad futuram rei memoriam, ritengo importante porre questo interrogativo: perché dopo la promulgazione della legge costituzionale 3/2001 che prevedeva l’istituzione degli statuti degli Enti locali, tutti i consigli comunali che, da quella data in poi, si sono susseguiti nell’ amministrazione di Vasto non hanno mai provveduto a applicare il regolamento attuativo di quel Referendum consultivo già contemplato dallo Statuto della città? Come tutti sanno, gli effetti della consultazione popolare prodotti da questa tipologia referendaria non sono vincolanti per l’amministrazione in carica. A quest’ultima è data la facoltà di accettare o meno il parere espresso dai cittadini. Stando così le cose, perché non viene offerta ai residenti l’opportunità di levare alta la voce sui grandi problemi che investono la città? Ciò vuol dire che, una volta reso efficace il referendum consultivo, i cittadini potranno solo esprimere un punto di vista maggioritario (favorevole o contrario) circa l’utilità economica e sociale dell’area industriale a Punta Penna. Perché, dunque, non ascoltare l’opinione della comunità? Quale potrebbe essere il motivo ostativo se è vero che la parola ultima, il potere decisionale, resta sempre e comunque nelle mani dell’amministrazione in carica?

Una verifica, insomma. Una semplice verifica. In ogni caso, di grande interesse per cogliere gli interessi e gli umori della cittadinanza. Ora che anche la ZES è in ballo – di là dalle singole vicende di specifici insediamenti (cementificio, biodiesel ecc.) – ciò che conta è la visione complessiva di Vasto nei confronti di se stessa e del territorio di cui è maxima pars (non dimentichiamo che, al 2017, la città conta 41409 ab. rispetto ai 35081 di Lanciano e ai 23177 di Ortona. E Vasto è l’unico centro in Provincia di Chieti di tali dimensioni in crescita malgrado l’assenza di una rilevante attività industriale!). Ma nessuno conosce le ipotesi previste dalla Regione Abruzzo, ben sapendo che dovrebbero essere approvate entro aprile, a meno di eventuali proroghe. È possibile che ci si trovi in una situazione di questo tipo? Tanto per non fare esempi, la regione Campania, fin dal dicembre 2016 (quindici mesi fa!), ha reso disponibile sul web un documento di base di 42 pagine dal titolo Proposta di individuazione di una zona economica speciale in regione Campania (è sufficiente digitare “zes Campania” per scaricare il PDF). Qual è il motivo di tale ritardo? Di che cosa si sta parlando? Esistono le possibilità di eventuali proposte alternative qualora ce ne fosse bisogno? Ripeto. I comuni cittadini come me non dispongono di alcuna informazione. Mi chiedo: perché in Campania da quindici mesi disponiamo di notizie e in Abruzzo no?

Lascio ai miei pochi lettori trarre le conclusioni. Per quanto mi riguarda, ritengo che l’unica ipotesi oggi da tenere in considerazione sia quella relativa al referendum consultivo.