SUL COSTUME FEMMINILE DI PESCOCOSTANZO

di Luigi Murolo

 

D’una sobria e composta eleganza il costume femminile tradizionale di Pescocostanzo. Le applicazioni di merletto al tombolo sul lino bianco della «mandęra» (grembiule), della camicia, della «pannuććǝ» (copricapo fatto dalla sovrapposizione di un quadrato di lino bianco adagiato su di un altro realizzato con la stessa stoffa della gonna) lo rendono unico nel suo genere. Ma anche nel caso della rimozione di quest’ultimo dalla testa per indicare la specificità delle «virgines in capillis» (segno di identità per nubili e ragazze), restano sempre e comunque della stessa preziosità le guarnizioni alle bordure di pizzo fatto a mano e lavorato a intreccio con bastoncini particolari chiamati in dialetto «tammaręḭǝ» (fuselli). Quasi non bastasse, all’ampia gonna di panno o di flanella si aggiungono alla base decorazioni in velluto o in stoffa dorata. Dalla vita in su, il busto di velluto liscio viene irrigidito dall’uso di stecche. Il gioco cromatico tra tonalità di rosso con sfumature di porpora della gonna e nero del busto oppure di verde della prima abbinato con il rosso o giallo del secondo determina la percezione della luce riflessa in una città rinascimentale caratterizzata dalla pietra di portali e finestre e dalla neve.

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Le «merche» (motti incisi sul calcare delle aperture nei muri) balzano di fronte all’occhio del visitatore che li associa immediatamente alla percezione del colore. Così, mentre sull’architrave della porta di un ferraio cinquecentesco si legge un «etenim non potueru[n]t mihi» – riferito ai mastri della stessa «ponticha» (bottega) – che restituisce un significativo «eppure contro di me non hanno potuto», uno straordinario «chi sa» si affaccia, come l’altro, sul largo di S. Maria del Colle. In tal modo, se è vero che a sapere poteva essere solo la pescolana o il pescolano dell’epoca è ancor più vero che nessuno avrebbe potuto avere ragione di quel costume. Nemmeno quelli indossati da donna Vittoria Colonna di Paliano, consorte del Gran Pescara Ferrante Francesco d’Avalos, durante la sua visita alla città del Peschio nel giugno 1535. La veste femminile di Pescocostanzo è «sui domina» (“libera e padrona di se stessa”). «Sui domina»: proprio come recita la merca apposta sul palazzo dell’«universitas civium». È il simbolo stesso delle abitatrici e degli abitatori della città. Non è la sineddoche atta a designare la parte per il tutto. E’ proprio il tutto. Ciò che raccoglie la grande tradizione artistica del Borgo: tombolo, oreficeria, sartorialità.

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Le tavole acquerellate dei secc. XVIII-XIX danno purtroppo conto solo dei disegni che adornano gli abiti. Al contrario, occorre soffermarsi sulle splendide sculture di Costantino Barbella – conservate nell’omonima pinacoteca di Chieti – per cogliere il senso più profondo del costume femminile pescolano: arte. Arte che solo i grandi artisti abruzzesi tra fine Ottocento e inizi Novecento hanno saputo restituire. Mi son chiesto: quanto della fierezza di «domina sui» pescolana c’è nella figurazione di Mila di Codra che Francesco Paolo Michetti realizza nel monumentale dipinto a tempera dedicato alla Figlia di Iorio?

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Non avevo mai visto questi abiti nello scenario incantato della città. Signore e ragazze che discorrevano con le altre e gli altri: un giorno come tutti quelli dell’anno. Signori e ragazzi, con l’abito e, in qualche caso con la mantella, che le accompagnavano. Un paesaggio trasognato che nessun museo del costume è in grado di restituire. Perché non è una banale sfilata. Ma testimonianza di vita vissuta e di vestiti d’antan che le famiglie conservano o che rinnovano secondo le immutabili regole della tradizione

Ho scambiato qualche parola con protagoniste e protagonisti di questa memorabile giornata soffermandomi su una particolarità che connette Pescocostanzo con la mia città. Non certo il ricordo di Vittoria Colonna d’Avalos che era la marchesana di Pescara, non di Vasto. Qualcosa di molto più singolare. La comune lingua parlata dalle maestranze lombardo-ticinesi emigrate nei feudi abruzzesi avalosiani quando governatore asburgico di Milano era il marchese del Vasto Alfonso d’Avalos. Questa parlata lombardesca si è successivamente trasformata in un gergo. Un gergo parlato dai muratori di cui sopravvivono ancora pochi resti lessicali. Così, tanto per fare qualche esempio, laddove il padre a Pescocostanzo si diceva «i’ ćòsprǝ», il dormire «kupįḭà», il brutto «dǝ lòffia», la casa «la gròģģa», a Vasto le stesse parole erano così pronunziate: «lu kḭuòspǝ»,«kupuḭé’», «dǝ ɣóffįǝ», «lu kkruòḭǝ».

Non so perché di questa strana lingua di comunità oggi obsoleta non ho finora fatto riferimento al vocabolo «bellezza» che definisce la percezione del sentimento che ho provato. Una dimenticanza? Forse. Ma c’è sempre un riferimento. La parola presenta una vaghissima assonanza con «grazia» – ma solo assonanza, nessun rapporto etimologico –. Direi però che l’assonanza può funzionare. I pescolani specificavano il bello, la qualità superiore, come «dǝ grìza», allo stesso modo in cui i vastesi l’appellavano «dǝ gręiśǝ» – «città di grazia» il sintagma con cui Gabriele D’Annunzio chiamava Vasto. «Dǝ gręiśǝ»? Sì, «dǝ gręiśǝ». Pescocostanzo, «città di grazia» del costume femminile incontrata in tal modo domenica, 15 settembre 2018.